Istanbul: capitale dell’«Eurasia», ponte fra due mondi.

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Se volete concedervi un fine settimana alla scoperta di una città che non sia nostrana, vi consiglio il luogo dove Asia ed Europa si incontrano, Istanbul in Turchia. L’antica Costantinopoli, meravigliosa capitale di Bisanzio, mi ha sempre affascinato ed è sempre stata in cima ad una lista di posti che prima o poi avrei voluto visitare. Il desiderio si è avverato quando, come regalo per il mio compleanno, ho trovato il biglietto sulla scrivania … Partivo con uno zaino colmo di aspettative senza aver avuto il tempo di leggere nulla sulla città. Sapevo della maestosità della Moschea Blu e delle gigantesche proporzioni di Santa Sofia e, soprattutto, del fascino del Bosforo ma non avrei mai immaginato, in quel momento, sull’aereo, che Istanbul mi avrebbe lasciato senza fiato. D’altronde, non dimentichiamo che qui nacque e si sviluppò il fiero Impero Ottomano che tanto filo da torcere diede all’Europa. Una volta atterrati all’aeroporto Ataturk ci siamo procurati una piccola guida della città, per non essere completamente sguarniti, e abbiamo chiamato un taxi che ci portasse al bed & breakfast prenotato, il Naz Wooden House, un piccolo albergo nel cuore della “vecchia” Istanbul (Sultanahmet). Sistemati gli zaini, siamo usciti subito alla scoperta della città. Abbiamo iniziato il giro dalla Moschea Blu, a pochi metri dalla nostra sistemazione, il grandioso edificio che deve il nome alle migliaia di piastrelle di ceramica blu Iznik che ne decorano l’interno. La prima cosa che salta all’occhio sono i minareti, nel numero di sei, voluti dal sultano Ahmet I per competere con i sette della moschea della Kaaba, alla Mecca. Entrare dentro la Moschea è immergersi in un’atmosfera ovattata, soffusa. I grandi lampadari circolari e la luce che penetra dalle oltre duecento finestre e finestrelle conducono in un mondo surreale, di pace interiore nonostante non sia il luogo di culto di noi cristiani. Mi sono seduta per terra, su una parte della lunga moquette rossa con decorazioni floreali, in uno dei lati che delimitano la musalla, l’area di preghiera accessibile solo ai fedeli e, padrona del mio tempo, ho lasciato che i pensieri vagassero liberi e disordinati. Ho pensato a Nazim Hikmet conosciuto dagli innamorati per la poesia Il più bello dei mari. Chissà se come me sia mai stato seduto qui, a comporre i suoi versi oltre ad aver passato quattordici anni in prigione a causa delle sue simpatie marxiste e per aver ricordato i massacri contro gli Armeni del 1915 e del 1922. Ho pensato alla sua fuga avventurosa e rocambolesca dall’amata Istanbul e alla sua sofferenza non avendo potuto più tornare in Turchia, Ti amo come qualcosa che si muove in me quando il crepuscolo scende su Istanbul poco a poco, ti amo come se dicessi Dio sia lodato, son vivo.

All’esterno dell’edificio, le cose cambiano drasticamente: le urla dei venditori ambulanti sono una costante: invitano i passanti a provare stuzzichini e bevande tipici come lo sahlep, servita calda e con una spolverata di  cannella oppure il boza a base di grano fermentato.

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Qui a Istanbul si mangia sempre e ovunque. Cedo alla tentazione e compro una ciambella di pane ricoperta di semi di sesamo (il simit) che ancora oggi, come nel XIV secolo, si vende per strada. Con la pancia piena, sono pronta a farmi stupire da Santa Sofia o chiesa della Divina Saggezza, situata proprio di fronte alla Moschea Blu. Due antagoniste che si sfidano rivaleggiando in bellezza. Costruita intorno al 532, nel XV secolo la chiesa fu convertita in moschea e nel 1934 trasformata in museo. È uno dei più grandi lavori di architettura e la sua cupola ne è la testimonianza tant’è che la leggenda vuole che l’imperatore Giustiniano, il suo ideatore, una volta terminata esclamasse «Salomone, ti ho superato!». Lode giustificata vista l’immensità dei suoi interni e i mosaici abbaglianti. Naturalmente, è d’obbligo tornare al crepuscolo per ammirare, seduta su una panchina dei giardinetti, i due “colossi” illuminati gustando le dolma, polpette di riso speziato con carne o pesce, pinoli, uvetta, avvolte in foglie di vite … una vera istituzione! Tornata in albergo ascolto Istanbul ad occhi chiusi. Arrivederci a domani.

Poesie citate nel testo:

  • Nazim Hikmet, Poesie d’amore, ed. Mondadori.
  • Orhan Veli Kanik, Ascolto Istanbul (I am listening to Istanbul) da Collected Poems,
  • Corinth Books, Translated & with an introduction by Talat Sait Halman.

Per saperne di più:

  • Suraiya Faroqhi, L’impero ottomano, ed. il Mulino.
  • Eugene RoganGli Arabi, ed. Bompiani.
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