Sul viaggio: un’introduzione. (I)

Le persone non fanno i viaggi, sono i viaggi che fanno le persone.

(John Steinbeck, Viaggio con Charley, 1962)

 

Il viaggio. Che cos’è il viaggio? Partendo dalla sua definizione leggiamo: 1. Atto di spostarsi da un luogo all’altro compiendo un certo percorso. 2. Giro più o meno lungo attraverso luoghi e paesi diversi dal proprio. 3. Breve tragitto che si fa avanti e indietro per trasportare oggetti. 4. Spostamento immaginario, itinerario fantastico. Qualsiasi significato voi diate alla parola «viaggio», questa implicherà un movimento, del corpo e della mente, e un incontro. Che sia di volti nuovi, di paesaggi diversi o di odori, suoni e gusti che si mescolano come i colori sulla tavolozza di un pittore poco importa. Ciò che conta davvero è che il viaggio sia esperienza, un percorso lungo il quale ogni viaggiatore prendendo coscienza della condizione umana e, accettandone i limiti, accoglie il processo di un cambiamento mentale inevitabile.  D’altronde l’uomo ha sempre viaggiato. Il viaggio è insito nella sua struttura umana ed è stato centrale per la sua evoluzione. Come scrive il professor  Eric J.Leed, “il viaggio è una forza centrale e non periferica nelle trasformazioni storiche”. Basta pensare al nomadismo che, milioni di anni fa, spinse gli uomini a migrare a causa di inedite urgenze come le calamità naturali o la carenza delle riserve alimentari. Oppure alla colonizzazione degli europei, nei secoli XIX e XX, di molte aree vergini del mondo, dall’America settentrionale e meridionale fino all’Australia. E ancora, le tante esplorazioni per terra e per mare grazie alle quali le vie di comunicazione interne si moltiplicarono, mettendo in contatto le civiltà, anche le più isolate. “Non viaggiamo solo per affari: un vento più caldo soffia nei nostri cuori. Andiamo a Samarcanda per il desiderio di conoscere ciò che non dovrebbe essere conosciuto.”

Questi bei versi del poeta inglese James E. Flecker mi portano con la mente al viaggio di Ulisse le cui avventure e la brama di conoscenza non finirono con il suo ritorno all’amata Itaca. Ed è proprio lui a dircelo nell’Odissea. Infatti resterà sull’isola solo per qualche tempo: nell’Ade, l’indovino Tiresia gli ha predetto che le sue prove non sarebbero terminate con il ritorno in patria (Od., 11, 119-137). In questo caso il viaggio si fa metafora. È infatti inteso come meta da raggiungere e prove da superare. È il senso stesso della vita di Ulisse. Ulisse, un viaggiatore che non viaggia per piacere, ma perché costretto. Oggi lo potremmo paragonare a uno dei tanti migranti che nel viaggio cerca un ritorno non a casa ma alla vita. E in fondo, un ritorno alla vita è anche quello che vuole Ulisse. La casa per lui non è solo Penelope o Telemaco. Certo, loro sono il suo pensiero costante, ma nel ritorno a Itaca, Ulisse cerca anche il ritorno alla sua vita. Quella che ha lasciato vent’anni prima. Nel suo peregrinare, non perde solo la rotta, ma perde la sua stessa identità. Non è più il valoroso guerriero, non ha più navi da comandare né uomini di cui fidarsi. Ridotto ad un reietto, inviso agli dei, non ha altro da fare che lasciarsi trasportare dai venti e sperare che qualcuno possa in qualche modo aiutarlo a uscire da questa condizione. Si è perso. Ma non nel mondo conosciuto. Quello che affronta è un universo estraneo all’uomo. I motivi che lo spingono ad andare avanti sono di volta in volta diversi. La sua voglia di tornare è una molla forte, ma non sempre basta. Quando le sue peregrinazioni sembrano giunte al termine, ricominciano proiettandolo in un vortice senza fine. Eppure, nonostante tutto, vale la pena viaggiare. Perché? Innanzitutto la curiosità per il mondo. Mi viene in mente Montaigne che già da bambino sognava di vedere «un edificio, una fontana, un uomo, il luogo di un’antica battaglia, dove passò Cesare o Carlo Magno», o qualunque altra cosa, spinto da un onesto desiderio di conoscenza (I, 26). Oppure seguire le rotte dei suoi eroi classici (III, 9) e, ancora, esplorare la varietà del mondo contemporaneo dove poter «sfregare e limare» il suo cervello contro quello degli altri (I, 26). Si viaggia mossi dallo spirito d’avventura, alla ricerca dell’esotico a cui associamo, il più delle volte, paesaggi e situazioni più vivaci e pittoreschi di quelli di casa nostra. Naturalmente, dobbiamo sempre mettere in conto l’eventuale delusione dell’anelato esotismo. Alexander von Humboldt e Gustave Flaubert, ad esempio, incarnano lo spirito d’esplorazione (che riserva sempre note d’avventura) unito a profondi interessi scientificiil primo, e il sogno dell’esotico il secondo. Nel 1799 il tedesco Alexander von Humboldt si imbarca al porto spagnolo de La Coruña per un viaggio che lo porterà alla scoperta delle foreste dell’America Latina. Rimarrà lontano dall’Europa cinque anni. Tornato  e stabilitosi a Parigi, pubblicherà trenta volumi di Travels to the Equinoctial Regions of the New World (Viaggio alle regioni equinoziali del Nuovo Continente). All’epoca in cui l’esploratore partì si sapeva ancora pochissimo del continente sudamericano. Humboldt percorse, tra la navigazione delle coste e i viaggi interni, a piedi e a cavallo, quindicimila chilometri raccogliendo milleseicento piante e identificando seicento nuove specie. Attraversando il territorio delle odierne Venezuela, Colombia, Ecuador, Perù, Cuba e Messico mappò il corso dei fiumi Orinoco e del Rio Negro, studiò i riti delle popolazioni dell’Amazzonia e teorizzò l’esistenza di legami tra la geografia e le caratteristiche culturali di un popolo. Il filosofo americano Ralph Waldo Emerson scrisse: «Humboldt è stato uno dei grandi potenti del mondo, come Aristotele, come Giulio Cesare, geni che ogni tanto spuntano a ricordarci le possibilità della mente umana, la forza e la portata delle nostre facoltà – un uomo universale

E ora passiamo a Flaubert. Affascinato fin da giovanissimo dall’Oriente – dodicenne era tra la folla parigina che esultante salutava il passaggio del gigantesco obelisco prelevato dal complesso dei templi di Tebe e destinato al rondò di Place de la Concorde –  e sempre più annoiato dalla vita di Rouen, nel 1849 decide di realizzare il suo sogno esotico insieme all’amico e compagno universitario Maxime du Camp. Prima tappa: Alessandria d’Egitto. Scriverà a sua madre: «la prima visione dell’Oriente mi è giunta attraverso, o meglio sotto forma di un bagliore accecante simile ad argento fuso sul mare. […]. Abbiamo attraccato nella confusione più assordante: neri, nere, cammelli, turbanti, randellate a destra e a manca, e grida gutturali da spaccare i timpani. Ho fatto un’autentica scorpacciata di colori, come un asino che si ingozza di biada.» L’Egitto conquistò Flaubert. Le piramidi, il tempio di Karnak, la Valle dei Re, il Nilo, le danzatrici e il Cairo lo stregarono ma «la mia vera passione resta il cammello, non pensate vi prego che io stia scherzando, poiché nulla supera in grazia questo animale melanconico e singolare. Dovreste vederli nel deserto, quando avanzano in fila contro l’orizzonte, come soldati, i colli tesi in avanti come struzzi; e camminano, camminano, camminano…». Naturalmente, comprendere l’Egitto significò scoprire che non tutto era come lo immaginava dalla sua finestra a Rouen e le delusioni non mancarono. Alla fine, comunque, l’attrazione dello scrittore francese per la terra dei Faraoni non fu un errore. Ad un’immagine idealizzata di sogni giovanili si sostituì, semplicemente, quella più realistica ma altrettanto seducente di un uomo maturo: «Mi chiedete se l’Oriente sia all’altezza delle mie aspettative. Ebbene sì, lo è; anzi, supera di gran lunga l’idea limitata che ne avevo. Qui ho trovato chiaramente, delineato tutto ciò che nella mia mente esisteva in modo solo confuso.» (segue)

 

Libri citati nell’articolo:

Eric J.Leed, La mente del viaggiatore. Dall’Odissea al turismo globale, il Mulino.

Versi di James E. Flecker, The Golden Journey to Samarkand.

Montaigne, Saggi (in due volumi), ed. Adelphi.

Nota: i racconti giovanili di Gustave Flaubert hanno come protagonisti “eroi” che sognano il lontano Oriente. Ricordiamo Rage et impuissance (Rabbia ed impotenza) scritto nel 1838, Les Mémoires d’un fou (Memorie di un pazzo) del 1838/39 e Novembre del 1841.

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s