Sul viaggio: un’introduzione. (II)

 

Dopo aver tratteggiato brevemente, nel primo articolo, le personalità e le ragioni di viaggio dell’esploratore tedesco Alexander von Humboldt e dello scrittore francese Gustave Flaubert, ora vorrei concentrarmi sul viaggio come necessità, intesa come “bisogno” e come “esigenza assoluta”, di cui non si può fare a meno. Il viaggio-bisogno è quello obbligato, per la maggior parte, dalla povertà. Senza andare lontano, il mio pensiero va all’emigrazione italiana dell’Ottocento. Il flusso migratorio interessò i paesi europei prima – molti braccianti italiani si stabilirono in Francia, Svizzera, Belgio, Germania – e l’America poi (Stati Uniti, ma anche Australia, Venezuela, Brasile e Argentina). Coloro che non affrontarono viaggi così lunghi in ogni caso si trasferirono dai paesi natii del Mezzogiorno alle grandi città del Nord Italia. E ambientarsi non fu facile. I problemi di allora sono quelli che vivono oggi i migranti del Nord Africa o quelli dei vicini Balcani: povertà, discriminazione, isolamento. A tal proposito vorrei consigliarvi due romanzi, due storie vere, sull’esperienza degli italiani in America e degli italiani che lasciarono il cocente Sud per il caliginoso Nord. Parlo di Pane amaro. Un immigrato italiano in America e Il treno del sole.

Se il viaggio-bisogno è spinto dal desiderio di migliorare una condizione socio-economica precaria o povera, il viaggio-esigenza assoluta ha invece come aspetto principale la sensazione di seguire il ritmo naturale delle cose evitando, per quel che si può, qualunque programma. Ritorno a Montaigne e ai suoi consigli nei Saggi: «Se a destra è brutto tempo, prendo a sinistra; se non mi sento di montare a cavallo, mi fermo» (III, 9). Il piacere del viaggio, evitando lo stress e  la fretta,  ci rilassa l’animo e ci predispone ad apprezzare maggiormente quello che visitiamo. In Downhill All

the Way: an Autobiography of the Years 1919 to 1939 (Tutto in discesa: un’autobiografia degli anni 1919-1939) Leonard Woolf, marito della celebre scrittrice inglese Virginia, dopo un lungo tour in Europa con la moglie, scrisse che quest’ultima «coltivava una consapevolezza passiva che le procurava un misto di eccitamento e rilassamento.» Forse questa naturalità deriva dal fatto che a volte il viaggio è solo “urgenza di muoversi”. Non c’è una causa in particolare, sappiamo solamente che abbiamo un bisogno impellente e una smania quasi dolorosa di “andare verso” che ci tormenta e non ci lascia stare fino a quando, seduti su un aereo, un treno o una nave, tirando un sospiro di sollievo, partiamo … è fatta!

E viaggiando, conosciamo il mondo. Quante volte abbiamo letto, sentito ed usato questa espressione? Ed è vero. Viaggiare è conoscere il mondo. Spogliarci dei pregiudizi e delle ristrettezze mentali per “trasformarci” sempre, durante e dopo un viaggio, in persone nuove. Arricchire la nostra personalità, “la persona che ha scritto questi appunti è morta quando ha rimesso piede in Argentina, ed è un’altra, ora, a riordinarli. Quantomeno non si tratta dello stesso io interiore. Il vagabondaggio lungo la nostra «America» mi ha trasformato più di quanto avrei creduto possibile.”

Ecco perché accanto all’asserzione “conoscere il mondo” metterei “sentire il mondo” utilizzando i sensi a nostra disposizione. I frutti dell’udito, del tatto, della vista, dell’olfatto e del gusto ce li riportiamo a casa e li riassaporiamo quando, circondati dagli amici più cari, raccontiamo i nostri viaggi che rivivono grazie alle nostre parole. I clacson infernali di Bangkok, le giovani voci dei venditori di pan de leche e di pan de yuca sulle corriere ecuadoriane, le cantilene pazienti del muezzin in Turchia. Le note rapide del sirtaki o quelle nostalgiche delle ballate irlandesi. Il frusciare sospetto nella foresta amazzonica di notte e lo scrosciare delle piogge nella savana. Il silenzio consolante del deserto. L’alba tra i fiordi e il tramonto ai tropici. Le tonalità del rosa e del viola delle Dolomiti. Le distese della lavanda provenzale. L’odore acre del cumino indiano. E ancora, il piccante messicano o il wasabi giapponese, le numerose birre belghe aromatizzate. “Tu, aria, che mi fornisci il fiato con cui parlare! Voi, oggetti, che dalla dispersione evocate i miei sensi e date loro forma! Tu, luce, che avvolgi me e ogni cosa nelle delicate tue piogge imparziali! Voi sentieri tracciati in solchi irregolari lungo le strade! Credo che siate gremiti d’invisibili esistenze, tanto mi siete cari.”

 

Libri citati nell’articolo:

 

Gianini Belotti Elena, Pane amaro. Un immigrato italiano in America, ed. Rizzoli.

 Renée Reggiani, Il treno del sole, ed. Garzanti.

 Montaigne, Saggi (in due volumi), ed. Adelphi.

 Leonard Woolf, Downhill All the Way: an Autobiography of the Years 1919 to 1939, pubblicato dalla Hogarth Press di Londra.

Ernesto «Che» Guevara, Un diario per un viaggio in motocicletta, ed. Feltrinelli.

 Versi di Walt Withman, Canto della strada.

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s