Macdara Woods: un poeta in viaggio

“Macadara Woods: un poeta in viaggio” inaugura una serie di articoli incentrati su scrittori e poeti che hanno fatto del viaggio uno stile di vita. La partenza ed il ritorno, reali e fisici o metaforici e mentali che siano, sono necessari perché è viaggiando che si incontrano i molteplici aspetti di noi stessi.

Il tema del viaggio, immram in gaelico, è una delle pietre miliari della letteratura irlandese fin dalla prima circolazione dei manoscritti all’inizio del VI secolo. Sono i cosiddetti tales, storie di battaglie, avventure, fughe, spedizioni e viaggi che costituiscono una parte delle numerose tematiche della tradizione celtica, come Voyage of Bran Son of Febal o Voyage of Màel Dùin’s Boat. Questi racconti, come molti altri appartenenti al mondo del fantastico, hanno incuriosito e affascinato Macdara Woods fin dall’infanzia influenzandone, successivamente, la poetica. Macdara Woods è un poeta in viaggio, un viaggio che lo porta lontano col corpo e con la forza dei ricordi. Un viaggio perpetuo, senza un inizio e una fine, dove il tempo non è fatto di secondi e minuti, ma di memorie vissute personalmente che continuano a vivere dentro la poesia sempre al presente. Incentrati sul mito del viaggio, inteso come libero vagabondare alla ricerca di spazi sempre nuovi, i versi di Wood non conoscono staticità, ci portano lontano sulle onde del loro ritmo e ci accompagnano durante il nostro peregrinare.

Questo tendere verso “nuove frontiere” diventa non solo esaltazione di quel tipo di libertà che le grandi distanze sanno infondere, ma soprattutto la ricerca drammatica di una verità esistenziale: si compie così l’archetipico viaggio di ricerca verso la conoscenza di sé per approdare alla scoperta di un’insospettata alterità. Come leggiamo in One way ticket (Biglietto di sola andata) “you meet yourself and learn that you are someone else, that all these years you have been someone else.” (tu incontri te stesso e impari che sei qualcun altro, che in tutti questi anni sei stato qualcun altro). È un peregrinare che termina in Italia, ai piedi del Monte Subasio, luogo sacro ai devoti di San Francesco, dove Macdara si sente libero, dove può lavorare indisturbato trasformando i suoi pensieri in versi.

L’Umbria nel cuore

Macdara è un outsider, uno straniero in patria come i poeti che ama e che ha letto (Ovidio, Rimbaud, Pasternak, Beckett) e l’esperienza dell’esilio è una condizione del suo viaggio. Il mito di Ulisse, infatti, vive in lui e diventa tradizione di una metafora che si raccoglie in un gioco di nostalgie. C’è un solo luogo dove Macdara non si sente straniero, e questo posto è in Umbria e più precisamente a Tavernelle di Panicale. È la terra a lungo cercata, la mitica madre-terra finalmente trovata nella quale Woods si sente come a casa. “I realised one day that the macchia itself, to my eyes, at least, is an underwater-garden, and that I – like the sailor diving overboard from the floating ship – can move up and down the levels of the hills, can traverse continents, and go back and forth trough time and will.”

Il paesaggio umbro, evocato nella sua pace, è per il poeta il luogo mentale di riconciliazione delle differenze e dell’incontro tra eredità storica e presente. Macdara Woods vede l’Umbria come la sua Itaca; essa incarna il viaggio, ma in questo andare, se dovesse mancare il desiderio del ritorno, mancherebbe la nostalgia. I luoghi oltre ad essere geografici sono metaforici e poetici, sono luoghi della presenza, dell’assenza e del ritorno, luoghi dei simboli che camminano dentro di noi. Viaggiare nel mondo è come viaggiare nella coscienza e il suo spirito già irrequieto è in continuo fermento e perché trovi pace ha bisogno di muoversi “… una mania che alcuni hanno e altri no. Se anche tu ce l’hai, sappi che nel porto c’è una nave che ti aspetta. Non preoccuparti per la valigia. Non chiedere il prezzo del biglietto. Non chiedere la destinazione. L’importante è partire.”

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