Una torre buona nella selva amazzonica?

Sull’Internazionale 19/25 settembre, a pagina 29, si legge della costruzione in Brasile, nel cuore dell’Amazzonia a 150 km dalla città di Manaus, di una torre – la Torre Atto, in inglese: Amazon Tall Tower Observatory (325m) – il cui scopo sarà quello di osservare, 24 ore al giorno per un periodo compreso tra i 20 e i 30 anni, i cambiamenti di clima. Il progetto è nato nel 2007 da un’idea dell’Istituto Nazionale per la Ricerca Amazzonica in collaborazione con il Max Planck (Germania) e l’Università di Stato Amazonas (UEA).

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Altre quattro torri più piccole di 80 metri ciascuna, saranno costruite intorno all’Atto “per misurare i flussi e il trasporto orizzontale, supportando la raccolta dei dati della torre principale”, ha detto il ricercatore Antonio Manz.

Poiché non mi era chiaro il concetto sono andata a vedere di cosa si tratta. E ho letto: “L’instabilità baroclina è un’instabilità fluidodinamica di fondamentale importanza nell’atmosfera terrestre e negli oceani. Nell’atmosfera essa rappresenta il meccanismo dominante cha dà vita ai cicloni e agli anticicloni che dominano il clima alle medie

latitudini…”.

Un’innovazione tecnologica costata 8 milioni di euro, i cui lavori dovrebbero terminare entro novembre 2014.

“È un progetto meraviglioso”, ha commentato Carlos Nobre, esperto di cambiamenti climatici dell’Istituto Nazionale per la Ricerca Spaziale (INPE) a São José dos Campos, Brazil. L’obiettivo a lungo termine di Atto è quello di misurare gli impatti del cambiamento climatico globale attraverso misure di interazione con l’atmosfera della foresta, oltre a servire per ulteriori ricerche e sviluppo nella chimica atmosferica (scambio di gas, reazioni chimiche e aerosol), processi di trasporto di massa ed energia e dei processi di formazione e sviluppo delle nubi. “Vogliamo ridurre l’incertezza in questi campi della ricerca scientifica e contribuire a migliorare la riproduzione del Rio delle Amazzoni e di altre aree umide tropicali in modelli climatici più stabili”, ha specificato Manzi, che si occupa di fisica dell’atmosfera.

Ora, nulla togliendo agli studi sull’atmosfera che possono “prevenire” alcuni fenomeni e “tenere a bada l’effetto serra”, ma quante aree della foresta stanno disboscando? Quale sarà il prezzo da pagare per la torre in acciaio che svetta imponente? L’ecosistema globale va tutelato, ma… interferire troppo con la Natura non genera mostri e attira catastrofi? Possiamo esser certi che il fine è degno di stima e non sarà l’ennesima speculazione ai danni della foresta e dei suoi abitanti (indigeni, flora e fauna)?

Non ci dimentichiamo della deforestazione selvaggia in Amazzonia. Dal luglio 2012 a quello del 2013 sono spariti altri 5.843 chilometri quadrati di foresta pluviale, con un aumento del 28% rispetto all’anno precedente (dati forniti dal Ministro dell’Ambiente, Isabella Teixeira). Se nell’estate del 2013 sono stati disboscati 184 chilometri quadrati, quest’anno i satelliti ne hanno registrati 843. La deforestazione in Amazzonia viene eseguita col metodo “taglia e brucia”: si abbattono gli alberi e poi si incendia il sottobosco rimanente. Un sistema che arreca gravi danni al terreno poiché la cenere fertilizza per poco tempo, mentre la distruzione del sottobosco devasta l’habitat della foresta pluviale accelerando fenomeni erosivi del terreno.

Le aree interessate maggiormente alla deforestazione sono quelle di Para e Mato Grosso, dov’è in corso la più intensa espansione agricola del Brasile. Più di 1.000 km quadrati di queste regioni sono stati sottratti alla foresta.

Ma le coltivazioni su larga scala di fioriere di soia nascondono un disboscamento illegale e l’invasione di terre pubbliche adiacenti a grandi progetti di infrastrutture come strade e dighe idroelettriche.

Il disboscamento dell’Amazzonia, inoltre, sta causando un aumento di anidride carbonica nell’atmosfera, che ha come diretta conseguenza il riscaldamento globale e tutti quei pericoli che la torre Atto vorrebbe monitorare e prevenire.

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