Il vecchio che leggeva romanzi d’amore – L.Sepulveda

 Il1057-il-vecchio-che-leggeva-romanzi-d-amore vecchio che leggeva romanzi d’amore. Con questo racconto, Luis Sepúlveda vinse il Premio  Tigre Juan dedicandolo a Chico Mendes, il “caro amico di poche parole e molti fatti”, uno dei più  conosciuti difensori dell’Amazzonia, assassinato da una banda di spietati criminali nel 1988. Il  libro è un gioiello della narrativa che ci porta all’interno di un fitto e sconosciuto mondo verde  degli indigeni shuar, quello della foresta amazzonica ecuadoriana. È tra i robusti tronchi di ebano  e le ornamentali eliconie che si snoda la trama e le vicende che legano il vecchio Antonio José  Bolivar – grande lettore di romanzi d’amore, appunto – al tigrillo, un felino che, assetato di  vendetta per l’uccisione insensata dei suoi cuccioli, si aggira minaccioso per la giungla fino al  villaggio di El Idilio in cerca di possibili vittime. Otto capitoli che si divorano senza staccare gli  occhi dalla pagina, che alternano momenti ilari e di scherno verso l’uomo bianco prepotente e  che non perde tempo a ribadire la sua superiorità sugli indigeni, alle immagini dei ricordi della  vita del protagonista. Ma si scorge nella prosa una profonda denuncia per le nefandezze dei colonizzatori e per la deforestazione dell’ultimo posto in cui la terra preserva ancora la sua verginità. Un luogo pieno di leggende, avvolto dalla magia e custode di un fascino incantato, talvolta anche sinistro e crudele, abitato da popoli primitivi, i “selvaggi”. Ma chi sono questi indios che tanto incuriosiscono e altrettanto impauriscono i bianchi? Tornando indietro nel tempo, la distruzione delle culture precolombiane fu oggettivamente il risultato del movimento espansionistico europeo. Quale coscienza ne ebbero i coloni, i missionari, gli esponenti della cultura europea? Quale immagine si costruirono delle popolazioni che venivano assoggettate? E quale retaggio ci portiamo dietro ancora oggi? Per molti storici è diventato un luogo comune affermare che fin dalle prime relazioni di viaggio dal Nuovo Mondo (America e America Latina) andò diffondendosi nella cultura europea quel “mito del buon selvaggio” che avrebbe poi avuto con Rousseau la sua sistemazione filosofica. Ma una lettura dei documenti dell’epoca, ci svela una realtà molto più complessa e variegata. Più numerose delle valutazioni positive del “selvaggio”, sono le descrizioni dai toni negativi e denigratori. L’idea condivisa da tutta l’Europa che, più o meno direttamente, partecipò alla colonizzazione dell’America (intendo gli Stati Uniti e la Latina) fu quella di una superiorità riconosciuta alla “razza bianca” che per alcuni si esplicò (e ancora si esplica) nel campo religioso, per altri nell’ambito delle conquiste tecniche, ma che comunque riserva al Vecchio Mondo il diritto ed il dovere di insegnare qualcosa al Nuovo. Nella prima fase della colonizzazione spagnola, il mezzo più immediato di cui si avvalsero i conquistadores per indurre le popolazioni indigene ad un lavoro produttivo nelle miniere e nelle piantagioni, fu la loro riduzione in schiavitù. Ma la schiavitù equivaleva, il più delle volte, alla rapida distruzione di quelle popolazioni, non abituate né al ritmo né al tipo di lavoro imposto dagli occupanti europei. Occorreva quindi, come giustificazione ideologica di un tale rapporto, la rappresentazione dell’indigeno che ne mettesse fortemente in rilievo la degenerazione e la peccaminosità, in modo da presentarne la schiavitù come necessario e meritato strumento di punizione. Con l’introduzione delle encomiendas, riconosciute giuridicamente dalle leggi di Burgos (1512), il lavoro forzato degli indigeni nell’America spagnola assumeva forme più vicine al rapporto feudale che a quello schiavistico. Nelle encomiendas, infatti, l’indigeno era vincolato alla terra da un legame di servitù della gleba, ed era tenuto ad offrire all’encomendero, cui veniva “affidato”, i propri servigi e il tributo del proprio lavoro in cambio dell’educazione cristiana che avrebbe dovuto ricevere. Man mano che questo rapporto divenne prevalente, anche l’immagine dell’indio incominciò a cambiare. Se l’indigeno appartiene al genere umano, allora in qualche modo deve essere recuperabile: è compito dei cristiani strapparlo allo stato di desolazione per avviarlo alla conversione e indicargli la strada della salvezza. Ma per poter fare dell’indio un cristiano, occorre prima farne un uomo. E farne un uomo significò sottrarlo alla sua vita oziosa, matrice di ogni vizio, sottoporlo alla disciplina del lavoro, premessa necessaria all’opera di indottrinamento e di conversione curata dai missionari. Ma con l’avvento del capitalismo, le cose cambiarono e già all’inizio del Settecento si proiettò sull’indigeno americano l’immagine di un “filosofo nudo”, di un cosciente e sottile rappresentante e difensore dello “stato di natura”. Prese quindi impulso una letteratura in cui il “selvaggio”, divenuto interlocutore di dialoghi filosofici o autore di lettere sui corrotti costumi europei, si faceva portavoce, in quanto depositario delle leggi di natura, delle aspirazioni espresse dalle diverse correnti del pensiero borghese. L’intreccio che scaturiva dalle vicende finanziarie – in una nascente economia moderna, intenta a passare dal semplice scambio a forme industriali più complesse di produzione del capitale – divenne di fatto uno dei più utilizzati nei romanzi poiché era una forma di produzione simbolica che poteva aiutare il pubblico a sostenere il crescente senso di alienazione in una società in cui l’identità di una persona andava sempre più associandosi al suo peso finanziario anziché al suo ruolo nella comunità. Ecco allora il ritorno alla natura di cui il “selvaggio” ne era l’emblema più significativo.

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