Dai libri alle alghe: quanti modi di raccontare il mondo

La mia biblioteca era per me ducato bastante. (W. Shakespeare, La Tempesta)

Se la biblioteca “fatta in casa” rispecchia i lettori che siamo, possiamo pensare che, per analogia, l’identità di una società o l’identità nazionale si riflettano nelle raccolte di volumi che le biblioteche custodiscono. Petrarca fu il primo ad immaginare una biblioteca pubblica istituita dallo Stato: “questa città gloriosa – parlando di Firenze – aggiungerà altri libri a spese pubbliche, e che anche privati cittadini seguiranno l’esempio”, scrisse, “[…] in questo modo sarebbe più facile fondare una biblioteca grande e famosa simile a quelle antiche”. Il suo desiderio venne esaudito. E parecchie volte. Invece di una sola biblioteca nazionale, l’Italia ne vanta otto, due delle quali – a Firenze appunto e a Roma – fungono congiuntamente da biblioteca centrale nazionale. In Gran Bretagna, l’idea di una biblioteca nazionale fu lenta a svilupparsi e dopo varie vicissitudini storiche – incendi o sovrani che accantonarono il progetto – all’interno del British Museum aprì le sue maestose porte la British Library ed il merito è di nuovo tutto italiano. Il promotore fu Antonio Panizzi. Minacciato di arresto in Italia perché membro dei Carbonari, che si opponevano al governo napoleonico, il venticinquenne rivoluzionario aveva trovato riparo in terra inglese. Dopo un breve periodo come insegnante di italiano, nel 1831 fu nominato assistente bibliotecario al British Museum. Panizzi riteneva che fosse responsabilità dello Stato finanziare una biblioteca nazionale a beneficio di tutti. “Desidero”, disse il 14 luglio 1836, “che uno studente povero abbia la stessa possibilità di indulgere alla sua curiosità di conoscenza, di perseguire i suoi interessi intellettuali, di consultare le stesse fonti autorevoli, di approfondire le ricerche più intricate, dell’uomo più ricco del Regno, per quanto i libri glielo possano consentire, e ritengo che il governo in questo debba sostenerlo nel modo più generoso e incondizionato possibile.” Nel 1856 Panizzi venne nominato direttore della British Library trasformando quell’istituzione in uno dei più grandi centri culturali del mondo. Gli Inglesi dovrebbero esserci grati! Ci sono poi biblioteche che devono la loro creazione a donazioni o incontri del tutto casuali. Il progetto Salvaguardia delle biblioteche del deserto in Mauritania ha infatti lo scopo di accogliere nelle oasi di Ouadane, Chinguetti, Tichitt e Oualata i libri che le carovane di passaggio, cariche di spezie, trasportano attraverso il deserto. O cambiando continente, troviamo le biblioteche “a dorso d’asino”. burro

Siamo in America latina e, in particolare, nelle zone rurali della Colombia dov’è stato istituito un sistema di biblioteche itineranti per portare i libri fino ai confini estremi del paese. Trasportati dentro grosse sacche pieghevoli, i volumi arrivati a destinazione, vengono affidati per mesi a un insegnante che diventa il bibliotecario di turno. Le borse vengono aperte e appese ad un albero o ad un palo, per permettere alla popolazione locale di “rovistare” e scegliere il libro. Al di là della biblioteca nazionale, a prescindere dalla forma che essa può assumere, ne esiste un’altra, che le contiene tutte: la biblioteca ideale. Ne cito due esempi. La biblioteca dello spagnolo Miguel Angel Blanco e quella del giapponese Kōichi Kurita. In un seminterrato a Madrid le pareti sono coperte, da cima a fondo, da scaffali contenenti centinaia di scatole di legno, di varie dimensioni. Ogni scatola ha un numero di identificazione ed è munita di un foro in modo che i libri possano essere afferrati e fatti scivolare fuori, come se si potesse estrarre un mattone da un muro. Le coste dei libri non hanno titoli, ma sono di svariati colori: arancioni, rosse, grigio-brune, nere. È la Biblioteca del Bosque (biblioteca del bosco) dove ogni volume documenta un viaggio a piedi e contiene gli oggetti naturali e le sostanze raccolte in quel determinato percorso dall’autore: alghe marine, pelli di serpenti, pollini, resine, cuscini di muschio, foglie di faggio, cristalli di quarzo. Più di 1100 volumi che registrano un cammino fatto o un sentiero battuto. E la biblioteca tutta, un labirinto naturale, assume il valore di un atlante e di un percorso interiore di Miguel in simbiosi con la natura.

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Kōichi Kurita invece ama la terra. E da oltre vent’anni lavora ad un progetto con lo scopo di costruire una biblioteca dove catalogare le terre d tutto il mondo, come un’enciclopedia da trasmettere ai posteri. Dopo avere prelevato più di 35mila campioni in Giappone, nel 2004 si è dedicato al suolo francese. Ogni zolla di terra viene pulita meticolosamente, messa in un flacone o su una superficie di carta. L’abbazia di Maubuisson espone quattro istallazioni dell’autore. Vi si possono ammirare mille piccoli quadrati di terra, stesi al suolo, in un gioco cromatico di sfumature e colori vivaci: dal rosso al blu, passando per il viola, dal marrone scuro allo zafferano. È una composizione che rievoca l’universo, di Luna-acqua-terra-sole.

Giovanna Scatena

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