Sulla strada: in viaggio verso l’altro

l fenomeno del viaggio è antico quanto il bisogno dell’uomo di aprirsi al mondo e promuovere un circuito di comunicazione con altri individui e con altre genti. Il viaggio, infatti, è stato spesso considerato come una metafora della vita e dell’educazione: come il viaggio, la vita è fatta di incontri e quando un incontro è significativo, la vita cambia e la formazione si fa viaggio interiore. L’incontro con l’altro comporta, quindi, un viaggio, un cambiamento. Cambiamento che mette alla prova e perfeziona, fa perdere la sicurezza ma fa guadagnare la disponibilità verso il mondo, che spoglia, riduce all’essenziale chi lo compie come promessa per un ulteriore approfondimento. “Non si tratta tanto dell’introduzione di elementi nuovi nella personalità del viaggiatore – scriveva il sociologo Eric J. Leed – , quanto della rivelazione di qualcosa che già le appartiene e che non si può sradicare”. Il viaggio comporta il morso della partenza, ma anche l’affermazione della libertà. È come il primo respiro che segna l’inizio della nostra autonomia ma ci  allontana dalla madre: ci si separa “da” con il distacco che diventa perdita e ci si separa anche “per”, verso un orizzonte più ampio e libero di esistenza. Come Georg Simmel disse, nella vita sociale sono sempre in azione i meccanismi di attrazione e repulsione, la necessità di legarsi e quella di andare oltre, l’abitudine e l’avventura: dicotomie, queste, che ricordano l’aspetto tragico dell’esistenza e la sua perenne incompiutezza. E così, all’interno del tema del viaggio si cela il problema della permanente incompletezza della vita. “La fuga è necessaria ed esprime nostalgia – osservava Maffesoli. Ma perché questa fuga abbia un senso bisogna che operi a partire da qualcosa di stabile. Per oltrepassare il limite, bisogna che esso esista”. Il viaggio quindi mette in relazione con l’altrove e in questo relativizza e ci fa perdere le nostre certezze, ci spaventa perché “il valore del viaggio è nella paura”. Ci sentiamo lontani da tutto ciò che conosciamo e che ci è familiare, “siamo febbrili ma porosi. La minima emozione ci scuote sino al fondo del nostro essere… Non esiste piacere nel viaggiare, ma, piuttosto mi sembra un’ascesi. Si viaggia per cultura, intendendo per cultura l’esercizio del nostro senso più intimo, quello dell’eternità. Il piacere ci distacca da noi stessi” (Camus). Il viaggio, quando è autentica esperienza umana, sembra possedere, infatti, la capacità di imprimere all’episodio il carattere della svolta e all’impermanenza delle cose un profumo di infinito. Il viaggio si fa cammino, il cammino diventa un ponte che invita all’accoglienza dell’altro e in questo modo il viaggio è un’avventura che può rappresentare una parentesi dell’esistenza, un’esperienza marginale, che però rivela il senso profondo della vita. L’avventura come l’autentica relazione educativa, è un incontro tra essere e comunicare, che deve essere preparato, auspicato, ma non programmato, che viene per grazia. Nella relazione educativa, che diventa un’avventura, si palesa il paradossale e inarrestabile bisogno di qualcosa di diverso da sé al fine di essere maggiormente se stessi. I due soggetti dell’incontro devono avere una certa omogeneità, per cui uno riceve dall’altro, ma alla fine quello che si è ricevuto diventa proprio. Questo è tipico dell’autentico viaggio che diviene viaggio interiore e formazione umana: forse sono l’amore e l’amicizia – benché rari e difficili – i due nomi dell’unica meta del viaggio verso l’altro.

 

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