Quello che le donne non dicono

Uno studio recente della Banca Mondiale ha concluso che solo l’8% delle messicane denuncia una violenza, mentre la maggior parte di esse resta in silenzio perché pensa che una vittima non sia degna di attenzione.

Quasi la metà delle messicane dopo i 15 anni – il 46,1% – è stata vittima di violenza da parte del proprio partner. Il motivo principale per cui non denunciano è perché, il 29% di esse, credono che sia un fatto insignificante. Il 18% resta in silenzio per i figli, il 14% prova vergogna e l’altro 14% teme ritorsioni da parte del compagno, secondo i dati della Banca mondiale.

Con il documento “Empoderar a las mujeres y niñas para promover la prosperidadcompartida” (Consentire alle donne e alle ragazze di promuovere una prosperità condivisa), la Banca Mondiale chiede a tutti i Paesi di sostenere azioni a favore delle donne affinché non considerino la violenza intrafamiliare quotidiana come la normalità. L’istituto è convinto che, ponendo fine alla violenza, si incoraggerebbe quella parità di genere tra uomini e donne che è intrinsecamente connessa con lo sviluppo economico: “L’uguaglianza non solo garantisce i diritti fondamentali, ma svolge anche un ruolo basilare per una crescita che ha come obiettivo quello di ridurre la povertà.” L’indagine governativa condotta dal Programma nazionale per le Pari Opportunità e dalla Non Discriminazione nei confronti delle donne 2013-2018, indica la gravità del problema così radicato nella società latinoamericana: il 42,4% delle donne intervistate ha confessato di essere stata umiliata, rinchiusa e minacciata dell’uccisione dei propri figli (violenza emotiva). Al 24,5% è stato vietato di lavorare o studiare, perdendo soldi e beni (violenza economica). Il 13,5% è stato picchiato, legato e aggredito con un’arma (violenza fisica) mentre il 7,3% delle donne è stato costretto ad avere rapporti sessuali .

La Banca Mondiale mette in guardia anche sul legame tra istruzione e violenza. Lo studio ha infatti concluso che il 65% delle donne di tutto il mondo, aventi solo l’istruzione primaria, si sposa durante l’infanzia, non ha alcun controllo sulle risorse delle famiglie e tollera la violenza intrafamiliare. Questa percentuale è ridotta al 5% quando le donne finiscono le scuole Superiori.

“In 18 dei 20 Paesi con la più alta diffusione del matrimonio precoce, le ragazze analfabete hanno fino a 6 volte in più la probabilità di sposarsi rispetto alle ragazze con istruzione secondaria. Inoltre, una su 5 rimane incinta prima dei 18 anni e la maggior parte delle morti di ragazze di età compresa tra i 15 e i 19 anni, nei Paesi in via di sviluppo, è legata proprio alla gravidanza: circa 70 mila bambine muoiono ogni anno.”

In Messico una ogni due adolescenti, di età compresa tra i 12 e i 19 anni, sessualmente attiva rimane incinta; e due su dieci tra i 15 e i 19 anni hanno avuto più di una gravidanza. In totale, il 40% delle maternità delle ragazzine tra i 15 e i 19 anni non sono pianificate né desiderate (la stima è di 77 gravidanze ogni mille donne). Il Messico è uno dei paesi dell’America Latina con la più alta percentuale di matrimoni precoci, appena sotto El Salvador, Guatemala, Honduras e Nicaragua. Secondo il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia (UNICEF) 4,5 milioni di ragazze messicane si sposa ancora minorenne, compromettendo il proprio diritto alla salute, l’istruzione e la propria incolumità di fronte ai giornalieri atti di violenza tra le pareti domestiche.

Nel 2007, per un anno, ho vissuto in Ecuador. Nel Paese 6 donne su 10 sono vittime di violenza di genere. E, quello che può stupire è che il 90 per cento delle vittime – sposate o conviventi – non si è separato dal partner. Ogni giorno al CECIM (Corporación Ecuatoriana de Cooperación e Inclusión de las Mujeres), il centro di accoglienza dove ho lavorato, si presentavano minute figure di donne, anche molto giovani, che spaventate con tre o quattro figli al seguito chiedevano con un filo di voce di poter parlare con l’assistente sociale o con l’avvocato. Da allora le cose non sono affatto cambiate. Il 60,6 per cento delle ecuadoriane ha sopportato una o più forme di violenza, dalla fisica alla psicologica, senza grande differenza tra le zone urbane (61,4 per cento) e quelle rurali (58,7 per cento), dati forniti dalla prima inchiesta sulla violenza di genere realizzata dall’Istituto Nazionale di Statistica e Censo (INEC) del Paese.

Stando allo studio, il 52,5 per cento delle donne (nonostante sia vittima di violenza) non si separa perché è convinto che “la coppia debba superare le difficoltà e restare unita”; il 46,5 per cento pensa che “il problema non sia poi così grave”; il 40,4 per cento “ama il proprio compagno”, mentre il 22 per cento “se lasciasse il partener non potrebbe sostenersi economicamente”. Ma non sempre la violenza resta violenza. Molto spesso si trasforma in omicidio. L’anno scorso, da gennaio a ottobre 2013, la Cedhu (Comisiòn Ecumenica de Derechos Humanos), ha registrato 47 casi di femminicidio su scala nazionale. “Si tratta di un  crimine spinto dall’odio che va oltre chi lo perpetra, sia che si tratti di una coppia, di un parente stretto o di uno sconosciuto, è frutto della violenza machista radicata nella cultura latinoamericana”, precisa l’organizzazione in un comunicato, “inoltre, i casi denunciati non solo evidenziano un problema diffuso su larga scala, ma testimoniano anche la crudeltà delle azioni, che culminano con la morte della donna o con i segni perpetui della violenza sessuale e degli abusi continui.”

Se consideriamo l’etnia, la percentuale più alta di violenza si concentra tra la popolazione indigena con il 67,8% seguita da quella delle donne afro-ecuadoriane (66,7%). Esaminando, invece, il livello di istruzione, il 70% delle ragazze che frequenta un istituto scolastico ha comunque sofferto un qualche tipo di violenza e nonostante l’elevato grado di alfabetizzazione – università – le possa informare e tutelare un po’ di più, la percentuale non scende al di sotto del 50%. Purtroppo i numeri delle denunce sono inferiori alle denunce stesse. Le donne hanno paura di parlare perché temono ritorsioni nei confronti dei propri figli, di restare – paradossalmente – sole, accolgono il machismo come conseguenza naturale di una certa mascolinità e, il “lavaggio del cervello” è così abilmente orchestrato da sentirsi le dirette responsabili degli atti di violenza, giustificati e tenuti nascosti.

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