¡Victoria para la Izquierda!

L’America Latina, almeno in questa tornata elettorale, conferma il suo “sbilanciamento” a sinistra. Dopo Evo Morales in Bolivia, rieletto poche settimane fa, ora è stato il turno di Brasile e Uruguay.

Il paese carioca ha già scelto, dopo il ballottaggio che ha visto trionfare con una esigua minoranza la candidata uscente Dilma Roussef. Con i prossimi 4 che la attendono, saranno 16 gli anni consecutivi di Governo del partito guidato in precedenza dal suo “padrino” Inácio da Silva, meglio noto come Lula.

In questo periodo il Brasile ha conosciuto una fase di sviluppo che ha permesso a milioni di persone l’accesso alla così detta classe media. Il PIL pro-capite è triplicato, consentendo, di conseguenza, una redistribuzione della ricchezza del paese. Ovviamente per uno stato che conta più di 200 milioni di persone, i numeri generali, in materia di povertà, continuano ad essere preoccupanti.

Le politiche economiche sono state sviluppate sempre sotto l’egida statale, e questo ha permesso che lo stesso Governo potesse disporre di capitali per approntare politiche sociali rivolte alle masse di indigenti. Queste scelte, se da un parte hanno garantito l’appoggio incondizionato del nord del paese  – a maggioranza nera e tendenzialmente più povero – hanno però alienato le simpatie verso la presidentessa nel meridione più bianco e industrializzato.

In questo spazio si è inserito Neves, candidato alternativo alla Roussef . L’approccio di quest’ultimo è stato più indirizzato a sollecitare gli ambienti produttivi del paese e quelle zone che, a causa della recessione che ha colpito anche il gigante sudamericano, soffrono più  che in passato.

A scontrarsi sono state due concezioni totalmente opposte. Da una parte lo statalismo che ha garantito comunque un diminuzione della disoccupazione che si attesta oggi al 5% circa, e dall’altra una tendenza più apertamente liberista, che avrebbe di certo fatto gola ai mercati internazionali (che hanno “punito” il risultato con un crollo in borsa) molto interessati a poter entrare in maniera più massiccia in un mercato come quello verdeoro. I brasiliani hanno scelto, e ora la presidentessa dovrà dimostrare come poter fare uscire il suo paese dalla stagnazione in cui si trova senza tradire la sua impostazione sociale, tenendo sempre presente che il 51,6% con cui ha vinto , tradisce una spaccatura del paese che non può essere sottovalutata.

Per quanto riguarda il successore di “Pepe” alla guida dell’Uruguay, al contrario, ancora nulla è stato deciso, essendo il ballottaggio in programma per il prossimo 30 novembre.  Se non ci sono dati certi, uno spunto su come potrebbe andare lo si evince dal primo turno che ha visto il candidato della sinistra Tabaré Vazquez (appartenente al partito del presidente uscente) affermasi con il 47%, staccando di almeno 15 punti il uso più diretto avversario che, anche con l’appoggio del terzo candidato, non potrebbe, conti alla mano, insidiare i numeri del candidato del Frente Amplio nelle prossime votazioni.

Se le politiche sociali portate avanti dal presidente in carica hanno suscitato molte attenzioni da parte della stampa internazionale, restano comunque da affrontare alcuni nodi problematici del paese che, nonostante tutto, continua a versare in condizioni sociali molto preoccupanti.  Le azioni messe in campo da Mujica, volte a potenziare sanità ed istruzione pubblica, hanno avuto un buon impatto ma dovranno essere migliorate e perpetrate affinché possano dare i risultati attesi. La sua riforma più “famosa”, comunque, resta quella legata alla legalizzazione della vendita e coltivazione privata di marijuana (entrambe le misure sono legate a un vincolo stabilito dallo Stato), misura approvata per disincentivare l’attività della criminalità organizzata. La riforma, per ora, non ha avuto un gran successo in termini numerici, mancando una adeguata risposta nella diminuzione dei traffici collegati.

Il 30 novembre sapremo se e come l’opera di “Pepe” Mujica continuerà con il suo successore.

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