Let’s go to Italy

Nel XIX secolo l’Italia, dal Nord al Sud, è percorsa da frotte di pellegrini e turisti e non più dalle élites intellettuali del Settecento. I viaggiatori-scrittori e scrittrici che per tutto l’Ottocento soggiornano in Italia, descrivono le loro esperienze in diari, taccuini, romanzi ed epistole. James Boswell, George G. Byron, Percy B. Shelley, Mary Shelley, Charles Dickens, Edward Gibbon, Johann W. Goethe, Henry James, John Ruskin, Madame de Stäel, Stendhal, Lawrence Sterne, Ippolito Taine, Horace Warpole, Edith Warthon sono solo alcuni dei viaggiatori europei che visitano l’Italia e ne restano affascinati. Il vantaggio mantenuto dai turisti inglesi su quelli delle altre nazioni testimonia tuttavia la stretta corrispondenza tra lo sviluppo del turismo e quello della civiltà industriale: già nel XVIII secolo infatti i britannici sono i viaggiatori par excellence. Tra il 1760 e il 1770 non meno di quarantamila inglesi intraprendono viaggi sul continente, che si protraggono spesso per mesi o per anni, per divertimento o per scopi culturali. I viaggi in Italia di Keats, Wordsworth e Shelley e le imprese pioneristiche di Lord Byron, archetipo del turista moderno, testimoniano questa loro mania. L’area intorno a Piazza di Spagna a Roma è chiamata infatti “il ghetto degli inglesi”, proprio per il gran numero di anglosassoni che alloggiano o frequentano la zona. L’Italia è sufficientemente attrezzata sul piano organizzativo e su quello ricettivo per assorbire la crescente marea di turisti stranieri, ma nella popolazione è ancora scarsamente diffusa la coscienza del valore del fenomeno per lo sviluppo economico e sociale del Paese. I turisti stranieri non sono nostri ospiti, essi vengono infatti etichettati col termine negativo di “forestieri”. Nel 1897 si contano 450 mila presenze, nel 1910 si sfiorano le 600 mila, secondo le stime degli studiosi del fenomeno turistico. Prima della Grande Guerra si profilano anche schiere di vacanzieri tedeschi. I maggiori centri di villeggiatura pullulano infatti di birrerie e di cartelli di benvenuto per questi teutoni che sono affascinati dal clima mite e dalle bellezze naturali oltre che dalle numerose attrattive storiche e artistiche. Anche i francesi non restano insensibili alle sollecitazioni poetiche di Michel de Montaigne, di Rousseau e di Lamartineche decantano l’Italia. Gli americani sono meno numerosi degli europei, ma il loro interesse aumenterà rapidamente. Tra le città preferite dagli stranieri, Roma, con i suoi monumenti e la serie ininterrotta di spettacoli e di cerimonie organizzate dai casati dell’aristocrazia romana, è al primo posto. Nel 1850, scrive Renan, “gli stranieri affluiscono a Roma così numerosi – trenta, quarantamila – da aumentare di un quinto la popolazione”. Il denaro speso dai turisti basta a coprire le spese degli abitanti per il resto dell’anno. Nel 1864 Taine conferma che l’unica vera industria dei romani è proprio il fitto degli appartamenti agli stranieri. La Capitale offre possibilità di svago e di divertimento per tutte le borse. Sono di moda i teatri e i pasti costano poco. Inoltre, Roma è tra le città più attrezzate di mezzi pubblici: i viaggiatori, grazie all’estensione della rete ferroviaria fino al Sud e alle linee di navigazione del Mediterraneo, si spingono in Sicilia e particolarmente a Palermo, frequentata per il suo clima caldo anche nella stagione invernale. È l’epoca del “pionierismo turistico”. Il fascino della scoperta di nuove località è un forte incentivo quanto quello per le scoperte archeologiche. Napoli, col suo panorama poetico e le sue “canzonette” (Funiculì, funiculà fa il giro del mondo) è il salotto della belle époque. Castellamare, Capri, Sorrento, Ischia e Amalfi fanno a gara nel richiamare i turisti, soprattutto durante l’inverno. Firenze non ha bisogno di essere “scoperta”. Si è già affermata nei primi anni dell’Ottocento come residenza ideale per i sovrani in vacanza. Con Roma e Napoli è considerata una delle maggiori “città d’inverno”. Secondo Dumas padre, tra ottobre e maggio, vi affluiscono almeno 10 mila stranieri. Le ville fiorentine degli inglesi e degli americani sono la prima forma di turismo residenziale a lunga permanenza nel nostro Paese. Segue Venezia dove l’industria turistica è tra le maggiori fonti di lavoro. Qui sono di moda le vacanze per intere stagioni tant’è che a fine secolo l’aristocrazia europea è proprietaria delle più belle e antiche dimore veneziane. La passione degli stranieri per il nostro patrimonio artistico è confermata dalle loro, spesso ingenti, spese di restauro e di valorizzazione di monumenti, di palazzi antichi e di opere d’arte di ogni genere. Gli inglesi gareggiano nel promuovere le colture dei fiori e nell’ideare giardini e parchi, diffondendo così le incantevoli passeggiate attraverso i centri balneari della Riviera ligure. Le località di soggiorno vengono dotate di alberghi e di strade, ma anche di scuole e biblioteche. Accanto a queste generose iniziative, frutto dell’ammirazione e dell’attaccamento dei nostri ospiti alle risorse naturali e storiche della penisola, cominciano a spuntare e a diffondersi anche progetti a scopo speculativo. Società immobiliari straniere lottizzano terreni e li vendono a privati per la costruzione di parecchie ville, oppure costruiscono catene di alberghi e di impianti per lo svago e il divertimento dei gitanti, come il casinò, una novità dell’epoca. Allo sviluppo del turismo è legato anche il progresso dei mezzi di locomozione e le sempre più organizzate associazioni turistiche che sponsorizzano le belle zone del nostro Paese

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