Il viaggiatore diventa turista

La società dei viaggiatori del Ventesimo secolo abbandona gradualmente la sua fisionomia essenzialmente elitaria per diventare una società planetaria. Questo processo, avviato nella seconda metà del XIX secolo, subisce una prima intensa accelerazione verso la fine dell’Ottocento alla prima guerra mondiale. L’idea del viaggio tende a trasformarsi nel più moderno concetto di turismo anche grazie alle istituzioni pubbliche che nascono per valorizzare le attività dell’ospitalità, dell’accoglienza e della promozione turistica. In Italia, ad esempio, nel 1919 viene istituito l’Ente nazionale per le Industrie Turistiche per incoraggiare l’affluenza degli stranieri e incrementare gli introiti. In tutti i paesi europei sorgono agli inizi del secolo enti, associazioni, sodalizi e club specializzati a sostenere le opere imprenditoriali e le attività delle istituzioni pubbliche nazionali e locali. La definizione attuale di turista comunque verrà coniata in seguito, durante la conferenza dell’ONU sui viaggi e sul turismo internazionale svoltasi a Roma nel 1963. Nella riunione si afferma il concetto secondo cui più che di turismo, inteso come specifico ambito di riferimento di una tipologia di viaggi, è più corretto parlare di“turismi”, cioè delle forme molteplici che il fenomeno è venuto assumendo nel corso del secolo. La società dei turisti sorta dalla rivoluzione industriale, appare estremamente articolata, comprendendo una varietà di tipologie di protagonisti ognuno dei quali esprime una gamma ben definita di motivazioni, di bisogni e di comportamenti. Si distinguono così un turismo etnico, motivato dalla ricerca di un contatto con i costumi di vita, strani e pittoreschi, delle popolazioni indigene, in particolare quelle più esotiche. Un turismo culturale teso prevalentemente alla conoscenza della storia e delle testimonianze degli antichi popoli. Un turismo ecologicoche deriva dal desiderio di sperimentare nuovi contesti ambientali in un sano e genuino rapporto uomo-ambiente. Unturismo ricreativo, ludico, motivato dal bisogno di godere di opportunità di svago, relax e divertimento, che sono per lo più appagati dalle proposte inerenti “le quattro esse”: Sun, Sea, Sand and Sex (sole, mare, spiaggia e sesso). Accanto a questa casistica, il turismo del Ventesimo secolo promuove inoltre tipologie di viaggi e di vacanze tradizionali e innovative: il turismo di comunicazione, una breve vacanza abbinata ad affari e congressi, il turismo salute e benessere legato al termalismo, allo sport e al fitness, il turismo di eventi unito ai grandi avvenimenti o agli spettacoli, il turismo di avventura o nomade come quello di Bruce Chatwin, il viaggiatore che scopre la Patagonia e il turismo di strada reso celebre da Jack Kerouac, padre della beat generation. In ognuna di queste diverse forme di turismo si ritrovano, in differente misura, le caratteristiche della libertà del viaggio e i tipici elementi dei tour organizzati tanto che gli studiosi delle scienze sociali hanno coniato le definizioni di “turismo organizzato” e “turismo di massa”. Nel turismo del Ventesimo secolo quindi permangono i caratteri elitari aristocratici ed individuali, tipici di forme più antiche di viaggio – il Grand Tour in particolare – e comportamenti che si ispirano a stili, a  modelli di consumo più regolati e pianificati, indotti peraltro, dall’impatto sempre più influente delle tecniche pubblicitarie e dicommercializzazione dei “prodotti turistici”. Già a fine Ottocento la pubblicazione delle guide aveva dato impulso al fenomeno della standardizzazione delle cose notevoli di un luogo, degne di essere viste. Nel corso del Ventesimo secolo, lo sviluppo dell’editoria turistica, con la conseguente scaletta dei luoghi da visitare e l’offerta di cataloghi che propongono formule di viaggi e vacanze collettive, genera un comportamento dei turisti simile a quello dei consumatori che sono indotti a imitare scelte e decisioni di acquisto mirate, vincolate e garantite secondo le modalità del “tutto compreso”. L’esplosione dei viaggi e delle vacanze ha trasformato il mercato del turismo e l’intervento sempre più diretto dei governi nella valorizzazione e nella promozione dei territori a vocazione turistica. Non c’è dubbio che il turismo, come fenomeno emergente, sia stato accolto come rimedio ai problemi del sottosviluppo in tante aree del mondo, ma al tempo stesso abbia prodotto effetti negativi e persino devastanti dissipando le risorse territoriali e offendendo anche i valori umani. Nel 1903 Shand, turista nostalgico dell’antico Grand Tour, pubblica a Londra un libretto intitolato “Come si viaggiava nei bei tempi passati. Reminiscenze degli anni sessanta, paragonate con le esperienze del presente”, dove si legge: “Quarant’anni fa c’erano hotel gradevoli, non c’era la massa sgradevole… Allora i turisti erano una rarità, non c’era la plebe viaggiante a buon mercato di ogni giorno. Nel giro degli ultimi cinquant’anni le cose sono spaventosamente mutate. Il popolo sigh-seeing inonda i “prati d’Europa”, mentre i luoghi sacri su cui un tempo imperava l’antica notte del caos sono stati profanati e degradati a livello di parco dei divertimenti”. Il turista è veramente distruttore di civiltà? La storia del viaggio è storia di un fenomeno di regresso umano? Domande legittime. Ma il viaggiatore non la pensa così e fa sue le parole di Hermann Hesse: “mi pare dunque che il motivo più profondo per cui noi viaggiamo, osserviamo e conosciamo i paesi stranieri sia il fatto che siamo incamminati alla ricerca dell’ideale dell’umanità. È in questa ricerca che ci confermano e ci rafforzano una figura di Michelangelo, una musica di Mozart, un duomo toscano o un tempio greco; e questa conferma, questa giustificazione della nostra aspirazione a trovare un senso, un’unità profonda, un’immortalità alla civiltà umana, costituisce il piacere più intimo che ci proviene dai viaggi, anche se non ne siamo consapevoli”.

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2 responses to “Il viaggiatore diventa turista

  1. All’elenco ONU e a quello aggiornato al Ventesimo secolo aggiungo (ovviamente! 😉 il garden tourism. Visitare un giardino storico e invitare altri a farlo è, oltre che un’immersione totale in un mondo “ideale” (secondo la sensibilità di chi l’ha voluto o i dettami dell’epoca), spesso l’unico modo per aiutarlo a sopravvivere senza snaturarsi in location per eventi. Grazie, mi riprometto da tempo di esplorare quest’altro mio 50%, ma il 50% fatto di verde e architetture la vince sempre…

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