Grand Tour e quote rosa

“Un uomo parte per i suoi viaggi con un obiettivo preciso o, in mancanza di questo, ha sempre davanti agli occhi un suo interesse preferito; mentre una donna, allenata dall’abitudine, va raccogliendo materiale più indiscriminatamente e spesso in maniera assai più proficua, nel caso in cui, come nel viaggiare, le piccole cose hanno un grande significato”.Così scriveva Elizabeth Eastlake, autrice di Lady Travellers (donne viaggiatrici), sul periodico letterario e politico «The Quarterly Review» nel 1845. Il modo di viaggiare e di scrivere di viaggio delle donne era così diverso da quello degli uomini? Oppure le scrittrici avevano alcuni elementi in comune, come pregiudizi e atteggiamenti, con la loro controparte maschile? Fino alla seconda metà dell’Ottocento, senza alcun dubbio, una viaggiatrice era parte di una minoranza erappresentava un’anomalia. Era consuetudine infatti che una donna non viaggiasse mai sola, ma se qualcuna lo faceva, veniva etichettata come un’eccentrica e il suo viaggio era giudicato una stravaganza, un’impresa bizzarra, fuori dal comune. Invece, il viaggio diventava una sfida, una verifica, un mettersi alla prova, soprattutto per le viaggiatrici più avventurose che potevano anelare a quel senso di libertà dalle convenzioni cui erano soggette in patria, in un’epoca – la società patriarcale vittoriana – di marginalizzazione femminile.Inoltre, era idea comune che una donna non avesse le competenze per scrivere un testo dal taglio scientifico, tipico della tradizione maschile, ma che desse risalto, al contrario, ai rapporti con la gente del luogo e alle emozioni suscitate in lei dall’incontro con “l’altro”, distinguendosi quindi come  narratore di “viaggio sentimentale”. Tra le doti caratteristiche di una donna c’è “quella capacità di osservazione che, finché ella rimane in patria a contare i punti su una tela accanto al focolare, siamo portati a considerare non più acuta della nostra, ma che, una volta lontana dalla scena familiare e restituitaci sotto forma di lettere o libri, raramente manca di dimostrare la sua superiorità”. Il viaggio infatti conferiva a molte donne vittoriane una vasta competenza culturale che derivava dall’esperienza e non dall’istruzione, mettendole così nella condizione di inserirsi a buon diritto nel settore editoriale fino a quel momento riservato esclusivamente agli uomini. Accettando la divisione di ruoli tra i sessi, la giornalista di «The Quarterly Review» sosteneva la necessità di due approcci che si potessero integrare nella descrizione degli stessi paesi stranieri, quello maschile per gli aspetti della vita pubblica e quello femminile per ciò che riguardasse la vita privata. Parallelamente – scrive Maria Carla Martino – la lenta evoluzione della condizione femminile verso una maggiore emancipazione si riflette nell’atteggiamento delle autrici nei confronti del modo di narrare il loro viaggio, in uno scoperto rifiuto delle costrizioni di genere e in sempre meno numerosi riferimenti a testi preesistenti. Un peso non indifferente in questo mutato atteggiamento deve aver avuto anche il fatto che la prima donna del regno, la regina Vittoria, era un’appassionata viaggiatrice che registrava per iscritto le proprie impressioni. Tra le numerose viaggiatrici (sole o in compagnia) che temerarie raggiunsero ogni angolo di mondo approfondiremo, nei prossimi articoli, la guida divertente di Lillias Campbell Davidson, Hints to Lady Travellers. At Home and Abroad (Consigli per le viaggiatrici. In patria e all’estero), Fanny Bullock Workman che raggiunse Himalaya, Mary Kingsley che nel 1893 si avventurò in Africa, Isabella Bird che girò l’America unendosi poi ad una gruppo di soldati britannici diretti a Baghdad e a Teheran, e molte altre donne che scelsero come meta dei loro viaggi, del loro “peregrinare”, anche il nostro Paese.

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