Israele e Palestina: un triste refrain

Se le conseguenze di quanto succede tra Israele e Palestina non fossero così gravi, si potrebbe portare in scena la loro storia e prevedere un finale tragicomico in cui alla fine perdono tutti. Neanche il tempo di rimettere a posto razzi, fucili e gingilli vari, che ci risiamo. Mentre al Cairo vanno avanti faticosamente (anzi per ora sono totalmente fermi a causa di problemi interni all’Egitto) i colloqui che dovrebbero ripristinare la sicurezza e garantire servizi minimi agli abitanti della striscia, a Gerusalemme i toni sono tornati a livelli preoccupanti. La colpa? Difficile a dirsi. Nel senso che non è più, se mai lo sia stato, semplice capire chi comincia e chi reagisce. Una spirale, quella di questa situazione, dalla quale uscire sarà molto faticoso.

Di certo la volontà da parte ebraica di stemperare i toni all’indomani della fine dell’operazione militare della scorsa estate, non può dirsi ferrea. A pochi giorni dalla conclusione del conflitto, difatti, Israele provvedeva a comunicare l’intenzione di espropriare 1000 acri di terra privata di proprietà, ovviamente, di cittadini arabi. Questo l’inizio. Nelle prime tre settimane di ottobre, poi, cittadini ebrei hanno preso possesso di 35 nuovi appartamenti nella zona di Gerusalemme est, appartenente, in linea teorica, alla componente araba e, se non dovesse bastare ad accendere gli animi, Nethanyahu pochi giorni fa ha pensato bene di annunciare la costruzione di 1000 nuovi appartamenti nella zona est.

Insomma proprio quello che serve per trovare un’intesa. Da parte sua, la risposta palestinese non è stata leggera. Abdel Rahman a-Shaludi, un ragazzo residente nel rione Silwan (quello dei 35 nuovi insediamenti) ha travolto dei passanti lasciando sul terreno una vittima di pochi mesi e diversi feriti di cui due sono poi deceduti per i danni riportati. Dopo una breve fuga è stato colpito e ora versa in condizioni gravi in ospedale. Pochi giorni e un altro abitante del medesimo rione ha tentato, fortunatamente mancando l’obiettivo, di freddare un rabbino impegnato da tempo a mettere in discussione la decisione che permette ai soli fedeli islamici di pregare nell’area della spianata. Il presunto attentatore è stato poi ucciso da un operazione di polizia.

La situazione nel frattempo è degenerata anche a causa della decisione da parte delle autorità di chiudere l’accesso alla Spianata della Moschea, che ha scatenato la protesta con lanci di pietre all’indirizzo dei militari di guardia. La parziale riapertura non ha calmato gli animi. La frustrazione ormai è alle stelle; i ragazzi, soprattutto quelli più esposti alle conseguenze della situazione in cui versano, tra campi profughi e prospettive azzerate, sono facile preda di ideologie che li porteranno inevitabilmente alla morte. È di queste ore, difatti, la notizia dell’ennesimo attacco condotto contro civili ebrei (un morto e circa dieci feriti), portato da – sembra – un militante di Hamas lanciatosi con un auto contro la folla e poi a piedi con un piede di porco contro chiunque fosse alla sua portata. Anche lui è stato freddato dalla polizia subito accorsa. L’organizzazione islamica plaude al gesto e invita altri a seguire l’esempio. Lo spettro di una terza intifada si fa sempre più concreto.

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