Qualche pagina di Australia: da padre Ralph a Schindler’s List

Il 29 gennaio scorso è morta, all’età di 77 anni, la scrittrice australiana Colleen McCullough, nella piccola isola di Norfolk dove si era ritirata con il marito nel 1988. L’autrice conosciuta soprattutto per Uccelli di rovo (The Thorn Birds), un bestseller di circa 600 pagine, si appassionò, durante la sua carriera di scrittrice, alla storia della Roma tardo-repubblicana ed imperiale tanto da scrivere sette romanzi che la impegnarono per circa trent’anni con alla base una ricerca monumentale. Una biblioteca con scaffali carichi di migliaia di libri e monografie su ogni aspetto della civiltà romana, diverse mappe e cartine delle città laziali, topografie dei campi di battaglia e visite nei musei del mondo alla ricerca di busti e iscrizioni esposti per la prima volta, consultando gli esperti di una dozzina di università e registrando ogni fatto o evento legato ai suoi personaggi e ai loro tempi, hanno dato vita a I giorni del potere, I giorni della gloria, I favoriti della fortuna, Le donne di Cesare, Cesare: il genio e la passione, Le idi di marzo e Cleopatra. Un amore viscerale per le vestigia della grande Roma. Una svolta storica che sembra, a mio parere, un allontanamento voluto dal quel suo successo commerciale del 1977 da cui trassero sei anni dopo la miniserie tv incentrata sulla storia d’amore tra il reverendo Ralph (Richard Chamberlain)  e la giovane Maggie (Rachel Ward). La letteratura australiana vanta, però, una produzione vastissima di autori tra cui, ricordiamo, Thomas Keneally, famoso per il libro Schindler’s list da cui fu tratto il film La lista di Schindler di Steven Spielberg. Nei suoi romanzi sono sempre presenti l’elemento cattolico-irlandese, nei suoi aspetti più intimi e crudeli, e la rappresentazione di un mondo spietato e moralmente degradato in cui le sofferenze delle vittime seguono con la stessa intensità la ferocia del potere militaristico e poliziesco. Christopher Koch nel romanzo The Year of Living Dangerously testimonia un intrepido giornalismo durante la Guerra civile in Indonesia che, in realtà, vuole essere una riflessione sul senso della presenza australiana in Estremo Oriente. Peter Carey con Oscar e Lucinda, romanzo che vinse nel 1988 il Booker Prize, è lo scrittore australiano più famoso dell’era postcoloniale. Ambientato tra l’Inghilterra e l’Australia a metà del XIX secolo, presenta diverse tematiche, tra le quali l’idea dell’amore come azzardo estremo e come gioco ad alto rischio che, per ironia della sorte, i due protagonisti (malati di gioco d’azzardo) non riescono a reggere. Il panorama della narrativa australiana sarebbe incompleto se non si citassero gli scrittori aborigeni. Menziono Colin Johnson, meglio noto come Mudrooroo Narogin (cambiato poi in Mudrooroo Nyoongah), che, con le sue opere di  narrativa, ci offre una visione della condizione del suo popolo da un’altra prospettiva Il suo Wild Cat Falling del 1965 è stato il primo romanzo scritto da un aborigeno e la filosofia del protagonista – rassegnato nell’accettare la vita come un susseguirsi di sventure e a vedere nella sofferenza il senso più profondo dell’esistenza umana – raffiora anche nelle narrazioni successive, come in Doctor Wooredy’s Prescriptions for Enduring of the World (1983). Qui, il racconto è affidato a Wooredy, l’ultimo aborigeno di Bruny Island, dall’arrivo degli europei al modo con cui i nativi del posto affrontano il genocidio, dall’opposizione al compromesso fino all’annullamento.

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