Lo Stivale ai piedi di un genio

Tra il 1829 e il 1830 Giacomo Leopardi compose il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia dopo aver letto l’articolo del Barone di Meyendorff sull’abitudine dei pastori nomadi dell’Asia centrale, i Chirghisi, di dormire all’aperto, contemplando la luna e rivolgendole canti malinconici. L’opera porta la fantasia e l’ispirazione di un ambiente molto diverso dal mondo abituale e domestico di Recanati e dei suoi dintorni. Un’origine dunque – quella del Canto – insolita e stravagante rispetto ai lavori precedenti. Anche se non è un caso isolato nell’opera leopardiana se, per esempio, ricordiamo il passo del celebre dialogo dove Cristoforo Colombo conforta la speranza di una terra vicina mostrando al nocchiero Gutierrez i segni concreti della sua fiducia: “Da certi giorni in qua, lo scandaglio, come sai, tocca il fondo; e la qualità di quella materia che gli vien dietro, mi pare indizio buono. Verso sera le nuvole intorno al sole, mi si dimostrano d’altra forma e di altro colore da quelle dei giorni innanzi. L’aria come poi sentire, è fatta un poco più dolce e più trepida di prima. […] Anche gli stormi degli uccelli, benché mi hanno ingannato altra volta, nondimeno ora sono tanti che passano, e così grandi; e moltiplicano talmente di giorno in giorno; che penso vi si possa fare qualche fondamento […] e che, alla forma, non mi paiono dei marittimi”. Da dove viene la fantasia realistico-avventurosa di queste opere? E l’ispirazione esotica? Forse da una solitudine sterminata o da un silenzio che costringe ad uno sbigottito abbandono. Queste le molle che indussero Leopardi a viaggiare per tutta l’Italia tra il 1822 e il 1833, suggerendogli di uscire dalla topografia, geograficamente ristretta, delle proprie esperienze personali? Il 17 novembre del 1822 Giacomo partì per Roma. Portò con sé il Don Chisciotte e lo Zibaldone dove annotò qualche pensiero. Il 23 era a casa dello zio: il Palazzo Antici-Mattei, vicino a via delle Botteghe Oscure, un edificio secentesco con un meraviglioso cortile. Il giovane alloggiava al terzo piano, giudicando la vita degli zii e dei cugini «una gran caravana». Inoltre i letterati romani erano sciocchi e pieni di sé, non sapevano il latino né il greco, ma si dilettavano con argomenti frivolissimi mettendo invece da parte filosofia, politica, scienza e poesia. Per fortuna, durante il soggiorno romano, conobbe un gruppo di “dotti” stranieri: Barthold G. Niebuhr, diplomatico prussiano e tra i più grandi storici di Roma antica del XIX secolo, Carl C. von Bunsen, archeologo e appassionato delle religioni, Friedrich W. Thiersch, studioso di letteratura e lingua greca, che frequentò assiduamente, partecipando a conversazioni di «buon tuono», spiritose ed eleganti. A Roma lesse molto. I dialoghi di Platone, Cicerone, Filone, Il Cortegiano del Castiglione, Calderón, Byron, l’Iliade nella traduzione del Monti allietarono le lunghe passeggiate tra strade, piazze e chiese della città eterna. Frequentò il teatro Argentina, godette delle opere di Rossini, «melodie distintissime, evidentissime, notabilissime e giocondissime» e si commosse nella cappella di Sant’Onofrio, davanti al sepolcro modesto del Tasso. Il 3 maggio del 1823 tornò a malincuore a Recanati per lasciarla di nuovo nel 1825 quando, il suo editore, Antonio Fortunato Stella, lo invitò a Milano per curare una raccolta delle opere di Cicerone. L’idea lo entusiasmò, poteva viaggiare di nuovo, guadagnando «un poco di pane colla penna in qualche città grande», ma prima di raggiungere la città sforzesca, fece tappa a Bologna. La città e i suoi abitanti lo conquistarono: non aveva bisogno di relazionarsi né con ipocrisia né con diplomazia; l’atmosfera era allegra, la gente affettuosa. Era libero e poteva essere se stesso al contrario di Milano, dove arrivò in estate, e dove non trovò nessun amico, cadendo nella sua «vecchia e consueta malinconia». Anelava Bologna e due mesi dopo, il 29 settembre del 1825, finalmente, vi ritornò e vi rimase due anni salvo passare qualche settimana a Recanati e qualche settimana a Milano. A Bologna Leopardi abitò in un piccolo appartamento che confinava col Teatro del Corso e la sera, sentiva le commedie come se fossero rappresentate in camera sua. Faceva colazione al Caffè del teatro dove incontrava personaggi bizzarri, cortigiane e gente di spettacolo e in quell’ambiente colorato ed equivoco, Leopardi si divertì un mondo, lontano dal rigore familiare. Inoltre iniziò a collaborare con un editore sull’esempio di Defoe, Diderot, Poe, Balzac e tutta la schiera degli scrittori-giornalisti. Un’esperienza, quella bolognese, «qui sono ben voluto, ed onorato e stimato, assai più che non merito, da questi letterati, e dagli altri che non mi conoscono», che non si sarebbe ripetuta nemmeno a Firenze, dove arrivò il 26 giugno del 1827. Una forte debolezza dei nervi ottici, lo costrinse a non uscire di giorno e a vivere la città di notte. Frequentò Manzoni e Stendhal, e i membri del Gabinetto Scientifico Letterario che lo presero in simpatia: «ha un’aria viva, e gentile, […], il tratto dolce e modesto: parla ben poco, è tinto di pallore, e sembrami melanconico», dissero di lui. A fine ottobre Leopardi decise di lasciare Firenze per una città dal clima più mite. Gli amici fiorentini gli consigliarono Pisa, che secondo gli intellettuali inglesi del Grand Tour ricordava i dintorni di Oxford e Cambridge. Rimase stregato dalla città, «questo lung’Arno è uno spettacolo così bello, così ampio, così magnifico, così gaio, così ridente, che innamora: […] non so se in tutta Europa si trovino molte vedute di questa sorta. Vi si passeggia poi nell’inverno con gran piacere, perché v’è quasi sempre un’aria di primavera […] vi si sentono parlare dieci o venti lingue […] Pisa è un misto di città grande e di città piccola, di cittadino e di villereccio, un misto così romantico, che non ho mai veduto altrettanto». Considerò la Toscana come una seconda patria, ne amò la discrezione, la civiltà e la tolleranza e negli anni successivi ricordò sempre «l’amore  immenso e indicibile ch’io porto a questa cara e benedetta Toscana, patria d’ogni eleganza e d’ogni bel costume». Quando Leopardi arrivò a Napoli, il 2ottobre del 1833, il pregiudizio iniziale che fosse una città «semibarbara – come gli disse qualche anno prima il barone Giuseppe Poerio – con una quantità di delitti atroci», venne nel tempo smentito. Napoli gli piacque. Era una città chiassosa, piena di taverne, bische e fetore. Una città di pastiere e casatielli, maccheroni e raffioli, frittelle di mele e zucche fritte, taralli e granite di limone, sciroppi di caffè e cioccolato. Leopardi amava perdersi tra le strade di Napoli che percorreva con le sue gambe robuste, passeggiando avvolto nel suo consunto soprabito verde, sostando in qualche bottega piena di vecchi libri, o nel caffè delle Due Sicilie in via Toledo oppure nella pasticceria di Pintauro, in via santa Brigida. Quando l’ambiente clericale napoletano iniziò a perseguitarlo, escogitò la fuga a Parigi o nella Prussia, ma il progetto rimase solo un’idea a causa della salute cagionevole. «La mia filosofia», scrisse «è dispiaciuta ai preti, i quali e qui ed in tutto il mondo, sotto un nome o sotto un altro, possono ancora e potranno eternamente tutto». L’editore Starita, infatti, sospese la pubblicazione delle Operette Morali, censurate e nella lista dei libri proibiti. A Napoli Leopardi lavorò incessantemente, qui scrisse La ginestra e Il tramonto della luna, terminato poche ore prima di spirare. Il 14 giugno del 1837, a soli 39 anni, l’Italia perse un genio immenso. «Chi ha viaggiato, gode questo vantaggio, che le rimembranze che le sue sensazioni gli destano. Chi non si è mai mosso, avrà rimembranze di cose lontane di tempo, ma non mai di luogo. Quanto al luogo, le sue rimembranze saranno sempre di cose, per cosi dir, presenti; però tanto men vaghe, men capaci di d’illusione, men soggette all’immaginazione e men dilettevoli».

 

Nota 1. Stampando la lunga poesia nell’edizione Piatti 1831, il Leopardi tenne ad indicare in una nota, l’origine bibliografica dell’immagine di questo “pastore”: Plusieurs d’entre eux passent la niut assis sur une pierre à regarder la lune, et à improviser tristes sue des airs qui ne le sont pas moins. Il Barone di  Meyendorff, Voyage d’Orenbourg à Boukhara, fait en 1820, appresso il giornale des Savants 1826, septembre p. 518.

Nota 2. Per chi volesse approfondire la vita di Giacomo Leopardi, Leopardi di Pietro Citati, Oscar Mondadori, Milano, 2011.

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