«La strada per il paradiso passa attraverso una teiera»

«Creare un giardino è in un certo senso un’opera d’arte, ma è un’opera d’arte di cui tutti possono essere capaci, basta avere spirito d’osservazione e pazienza: molto importante è imparare ad osservare l’opera della natura, a notare le associazioni spontanee, ad apprezzarne l’armonia». Queste poche righe sembrano adattarsi perfettamente alla tradizione giapponese del giardinaggio, le cui origini sono da ricercarsi nello Shintoismo, con le sue venerazioni animistiche della forza della Natura ed il culto degli antenati, nel Buddismo che assieme alla filosofia Zen anela alla serenità e nel Confucianesimo che esorta alla moderazione, alla saggezza e alla meditazione. A conferire al giardino giapponese quel senso di raffinatezza e semplicità sono gli elementi che lo costituiscono, espressione dell’amore dell’uomo per la natura. Gli alberi e le pietre (dimore dei  Kami, gli spiriti sacri), l’acqua e le montagne sono fondamentali e sono sempre presenti nel giardino che, riferendosi alla topografia del Giappone, ne riproduce fedelmente il paesaggio. Il Sakutei-ki (Saggio sulla creazione dei giardini), risalente all’XI secolo, è considerato il testo fondamentale per l’arte dei giardini giapponesi. Molte delle regole che vi si leggono hanno resistito nel tempo e sono diventate precetti imprescindibili: “i giardini devono adeguarsi alle caratteristiche topografiche del sito”, “gli elementi del giardino possono riprodurre luoghi e scenari celebri”, “i giardini devono conformarsi ai principi del Feng Shui, riservando quindi molta attenzione al simbolismo direzionale, alla scelta e al posizionamento degli elementi”, “i giardini non devono solo imitare la natura, ma coglierne lo spirito”. Inoltre, nel testo si trovano molti riferimenti a isole, cascate, rocce e alla loro disposizione armonica nello spazio. Ecco che le rocce, ad esempio, raffigurano le isole che emergono dall’acqua rappresentata dalla ghiaia o dalla sabbia rastrellata, tipica dei giardini Zen (o giardini secchi). Tra gli esempi più affascinanti, ricordiamo il giardino del Daisen-in, tempio del grande eremita, fondato tra il 1509 e il 1513, posto all’interno del grande complesso di templi del Daitoku-ji, a Kyoto. Qui, il fiume secco, simbolo del percorso dell’esperienza umana, si dipana come un torrente serpeggiante di ghiaia di quarzo per sfociare in un’ampia distesa di pietrisco che rappresenta il mare aperto. Il periodo successivo, dal 1573 al 1615, chiamato Momoyama (collina dei peschi), è caratterizzato da una maggiore complessità dei giardini. I laghi presenti sono molto più articolati grazie ad un uso ancora più deciso delle pietre che, nonostante composizioni meno elaborate, si distinguono per forme più grandi e spiccatamente tridimensionali. Il giardino non è più un luogo di passeggio e contemplazione, ma diventa un panorama di grande drammaticità. È il caso del Sambo-in, tempio dei tre tesori,  che presenta la tradizionale composizione del lago con tre isole, collegate da ponti realizzati con fogge e materiali diversi e con molti sassi disposti lungo la riva. Oltre a questi cambiamenti, l’epoca Momoyama contribuì ad un’importante evoluzione nella consuetudine di bere il tè, che divenne un vero e proprio rituale – la cerimonia del tè – che si svolgeva in un piccolo padiglione, separato dalla casa, cui si arrivava attraversando un giardino chiamato chaniwa dalla vegetazione montana. Il collegamento tra la casa e il chaniwa, era il roji, o sentiero della rugiada, un percorso di pietra, che aveva il compito di “preparare” gli ospiti alla cerimonia e indurre al raccoglimento: «Chi ha percorso questo sentiero non può non rammentare come il proprio spirito si sia innalzato sopra le cure quotidiane, mentre camminava nella penombra dei sempreverdi, calpestando le regolari irregolarità dei ciottoli, sotto i quali giacciono aghi di pino secchi, e passando accanto a lanterne di granito ricoperte dal muschio. Possiamo essere nel cuore di una città e ciò nonostante avere la sensazione di trovarci in mezzo a un bosco, lontano dalla polvere e dal rumore della civiltà» (Kazuko Okakura, Lo Zen e la cerimonia del tè). I maestri del tè, che progettarono questi nuovi giardini, furono abili nel suscitare sensazioni di serenità e purezza introducendo il sentiero di pietre, per evitare di calpestare il muschio, la lanterna per illuminare la cerimonia e il catino di pietra per lavarsi le mani. Un capitolo a parte meriterebbero i fiori e l’arte di disporli nel tokonoma, il posto d’onore nella stanza giapponese. Così come gli elementi vegetali che contribuiscono a creare armonia insieme agli altri elementi costitutivi del giardino del Sol Levante. Il ciliegio (sakura), ritenuto sacro e simbolo di buon auspicio, rappresenta, con i suoi fiori delicati, la fragilità e al tempo stesso la rinascita e la bellezza dell’esistenza. Il pino nano che, al contrario, è sinonimo di forza e durata ed è spesso un complemento alle pietre data la sua caratteristica di crescere e svilupparsi su terreni rocciosi. Il resistente e flessibile bambù che, oltre ad essere elemento decorativo, è utilizzato come sostegno, «potremmo vivere senza carne, ma senza bambù moriremmo» (Confucio). Se tutto questo vi ha incuriosito, sappiate che potrete visitare un vero giardino giapponese a Roma, presso l’istituto di cultura omonimo, e lì apprezzare dal vivo l’opera dell’architetto Nakajima Ken. Dal 30 ottobre, infatti, riaprirà i battenti dopo un periodo di chiusura.

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