Come si cambia per non morire

«Celeste è questa corrispondenza d’amorosi sensi, celeste dote è negli umani; e spesso per lei si vive con l’amico estinto e l’estinto con noi, se pia la terra che lo raccolse infante e lo nutriva, nel suo grembo materno ultimo asilo porgendo, sacre le reliquie renda dall’insultar de’ nembi e dal profano piede del vulgo, e serbi un sasso il nome, e di fiori odorata arbore amica le ceneri di molli ombre consoli». I versi del Foscolo, tratti da I Sepolcri (1807), racchiudono nella loro bellezza e mestizia lo stato d’animo e il raccoglimento di tante persone in questi giorni di novembre. Che sia la commemorazione dei defunti o il culto degli antenati, entrambe sono forme di religiosità presenti in tutte le culture – occidentali ed orientali – che si differenziano per i rituali connessi e la loro durata. Nell’antico Egitto, tra il 1500 e il 1000 a.C., la mummificazione dei corpi raggiunse la massima diffusione: la credenza secondo la quale lo spirito (Ka) tornasse a vivere nel proprio corpo dopo la morte rendeva necessario preservare quest’ultimo in modo da renderlo riconoscibile al Ka stesso. Il processo era lo stesso, ma la tecnica poteva variare in base al ceto sociale del defunto; l’unica regola comune riguardava il cuore che doveva essere preservato perché, si pensava, vi risiedesse l’anima. Inoltre, prima di accedere «nell’aldilà», il cuore doveva affrontare la “Corte della morte”, formata da Anubi dalla testa di sciacallo e da Ammit, il mangiatore di morti. Completato il processo di mummificazione, si avvolgeva il corpo in panni di lino, un’operazione che data la mole dei metri usati – dai mille ai millecinquecento – poteva durare due settimane. La ricchezza del sarcofago e della maschera funebre era proporzionata all’importanza del defunto. Nota di colore: mentre ai più “fortunati” nobili erano riservate delle complesse pratiche che ne garantissero il trapasso in maniera, per così dire, raffinata, per a gente comune i metodi erano più sbrigativi. L’accesso nell’altro mondo prevedeva – difatti – l’eviscerazione anale; pratica più rapida ma, senza ombra di dubbio, meno rispettosa. Sempre in tema di rispetto, quando alcuni archeologi inglesi portarono alla luce un cimitero sacro nel 1888, scoprirono che assieme a molti corpi umani erano stati interrati anche 300.000 felini mummificati che, in modo molto poco dignitoso, finirono la loro storia terrena come concime per le terre di sua maestà la regina.

“Sit tibi terra levis” (Che la terra ti sia lieve): è la frase che i Romani, invece, usavano per dare l’addio ai propri cari. Molti dei riti di Roma erano di origine greca. Lo stesso termine cimitero proviene da koimetérion ossia luogo di riposo, poiché era comune l’associazione tra la morte ed il sonno. Secondo i Greci ed i Romani, gli spiriti dei morti viaggiavano verso l’Ade percorrendo cinque fiumi – lo Stige, l’Acheronte, il Cocito, il Lete ed il Flegetonte – traghettati da Caronte. Qui venivano giudicati: i giusti potevano godere dei Campi Elisi, i condannati erano destinati al Tartaro, dove sarebbero stati bruciati o torturati. L’esposizione del corpo aveva luogo nella casa del defunto il giorno successivo al decesso, seguiva la veglia e, infine, la processione funebre. I funerali greci duravano tre giorni, quelli romani una settimana. I partecipanti al funerale prendevano parte ad un banchetto che aveva luogo subito dopo la sepoltura. Se il rito non fosse stato celebrato nel modo giusto, i familiari della persona scomparsa sarebbero stati puniti dai Lemuri, le ombre dei morti erranti. Una volta inumata, la salma era affidata al culto domestico dei Mani, le anime dei defunti divinizzate ai quali erano dedicate due festività: le Parentalia, celebrate a febbraio quando si credeva che le anime tornassero sulla terra e, per l’occasione, tutte le attività venivano interrotte per permettere a questi spiriti libera circolazione. Inoltre, i membri delle famiglie aristocratiche indossavano delle maschere di cera ricavate da quelle mortuarie dei propri avi, in un rito ludico nel quale i discendenti si identificavano con i loro progenitori defunti. Forse questa l’origine del Carnevale. L’altra festa era quella appunto dei Lemuralia, nel mese di maggio, quando le anime visitavano le case dei loro parenti. Il pater familias officiava un rito durante il quale si pronunciava per nove volte la frase «Manes exite paternis» camminando scalzo e senza mai voltarsi, lanciando dietro di sé delle fave nere con lo scopo di allontanare i Lemuri e la loro invasione. Pensando non fosse ancora abbastanza e per togliere qualsiasi dubbio ai poveri spiriti, le parole erano accompagnate con un tocco prosaico: veniva alzato in segno di disprezzo l’impudicus dito medio. Di questo cerimoniale è rimasta traccia anche ai nostri giorni, e chiunque può confermare come per le vie di Roma molti automobilisti lo usino ancora oggi per dimostrare sdegno e disappunto. Non di rado viene accompagnato da un’espressione vernacolare rivolta ai morti del malcapitato destinatario che però, a dire il vero, non può essere considerata una vera e propria forma di culto del defunto in questione.

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