Quando Mao provò ad uccidere la morte in Cina

Analizzare i riti funebri delle varie parti del mondo richiederebbe molti articoli e non si può parlare di una cultura e tralasciarne un’altra, ecco perché mi concentrerò sulla Cina, la “patria del rito” nel quale l’atteggiamento interiorizzato e la trasposizione sincera – dagli insegnamenti di Confucio – sono fondamentali rispetto al rituale: “[…] nelle cerimonie funebri, la sincerità del dolore conta più della scrupolosa osservanza dell’etichetta”. Quante di queste usanze sono ancora osservate ai giorni d’oggi? Il funerale è definito come “bianco evento gioioso”, per la presenza della musica che ha il compito di placare le eventuali ire del defunto e il colore che lo caratterizza, il bianco come le lanterne all’ingresso della casa e le iscrizioni sulla porta, a destra annunciano che il defunto è una donna, a sinistra un uomo. Bianchi sono i vestiti del lutto dei familiari. Le sepolture non erano tutte uguali. Gli anziani, soprattutto se uomini, godevano di un trattamento speciale: coloro infatti che avevano vissuto una vita lunga, avevano avuto la possibilità di compiere un cammino di completezza sia fisica che spirituale, mentre alle morti premature o violente era riservato un cerimoniale ridotto, seguito da una sepoltura sbrigativa (capitava a volte che il corpo venisse addirittura abbandonato, soprattutto nel caso delle morti bianche). Attualmente, nelle zone rurali dove la superstizione è ancora largamente diffusa, questo trattamento è ancora praticato. «[…] Nell’uomo albergano due tipi di anima: hun, ovvero l’anima […] che, separatasi dal corpo al momento della morte, ritorna nell’indifferenziato soffio vitale da cui tutto trae origine e po, la fonte del corpo fisico, che nutre la linfa vitale e il sangue». Circa la destinazione dell’anima hun, alcuni credevano che raggiungesse le isole Penglai, immaginate nel mare dello Shandong, e abitate da spiriti ed esseri immortali. Altre credenze, diffuse nella Cina meridionale, pensavano che l’anima tornasse nella sede della famiglia (nel Chuci, Songs of the South e nel Liji, Memorie dei riti). L’anima po, invece, non abbandonava il corpo, ma conviveva con esso, all’interno della tomba e spettava ai familiari, attraverso i riti, garantirle un soggiorno accogliente e rendere sedentario lo spirito, per scongiurare un’eventuale vendetta. Nella Cina imperiale, il culto degli avi fu uno dei più importanti: la dimostrazione dell’importanza del clan e della famiglia all’interno della concezione cinese rappresenta una costante nella storia e nella cultura cinese. La casa tradizionale era provvista di un tempietto domestico, con un altare sacrificale sopra il quale erano disposte le tavolette commemorative degli avi della famiglia. In occasione del funerale, infatti, i familiari preparavano una stele in legno col nome del defunto, le date di nascita e morte e il nome del suo discendente ereditario. Terminati i rituali della sepoltura, la tavoletta veniva sistemata sull’altare, per essere “onorata” in occasione dei riti ancestrali: un costante dialogo tra mondo terreno e spirituale.

Il primo ottobre del 1949 Mao Zedong annunciava la fondazione della Repubblica Popolare Cinese e la rivoluzione culturale (1966- 1976) che ne seguì snaturò il sistema rituale, i valori culturali e le fedi religiose del Paese. Il potere centrale, ateo, non ammetteva che il destino dell’uomo fosse regolato dagli spiriti ancestrali o da forze sovrannaturali che potevano aiutarlo o punirlo nella sua quotidianità, a seconda dei riti che in loro onore venivano officiati. Secondo l’ideologia comunista l’uomo, attraverso le sue azioni e i suoi comportamenti, era il solo artefice del suo destino. Inoltre, la realizzazione dei cimiteri o delle tombe rappresentava uno spreco di terreno, sottratto al settore agricolo o industriale. Gli specialisti del rito, i maestri fengshui e i yinyang sparirono, vennero reimpiegati in lavori “più utili” per contribuire alla crescita economica del Paese. Il 27 aprile 1956, alla prima conferenza Centrale del Lavoro, il presidente Mao esortò il popolo a sostituire la sepoltura con la cremazione, a non conservare le ceneri del proprio congiunto, né costruire tombe. Rispetto al funerale di stampo tradizionale, quello imposto dal regime non doveva far alcun riferimento alla dimensione ultraterrena, agli spiriti, all’anima del defunto o agli antenati; era vietato offrire doni, cibo ed oggetti cerimoniali, proibito indossare vestiti funebri. Dopo la cremazione, in occasione della festa del Qingming (simile all’occidentale festa dei morti), le ceneri – conservate in appositi magazzini – potevano essere ritirate dalla famiglia. Il rituale funebre era stato spogliato di ogni intimità: la venerazione al defunto o alle immagini degli antenati, ora era rivolta al “Grande Timoniere”. Le Guardie Rosse non risparmiarono gli altari con le tavole ancestrali né monasteri e luoghi religiosi, che vennero profanati e le loro opere d’arte confiscate, né i cimiteri di famiglia i cui terreni furono espropriati senza poter recuperare i resti dei propri defunti. Azioni queste che si protrassero per tutto il decennio della Rivoluzione culturale. Solo con l’epoca post-maoista si ristabilì il cerimoniale funebre tradizionale che, però, si sdoppiò in rituale urbano e in rurale. Nelle grandi città, la cremazione restò ed è la pratica più diffusa, mentre nelle zone rurali le persone considerano, ancora oggi, un privilegio essere sepolte nel villaggio d’origine. Chi si è trasferito dalla campagna alla metropoli e in occasione della festa del Qingming non torna a casa per commemorare il proprio defunto, può ricordarlo grazie ai blog funebri. La famiglia, infatti, crea una pagina web, una sorta di tomba on-line, con la foto del caro estinto e le date di nascita e morte. Tutti possono farvi visita, si possono lasciare messaggi e doni virtuali: oltre ai tradizionali fiori, il caro scomparso può stare al passo coi tempi, dilettandosi con smart-phone, pc o perfino automobili di lusso.

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