Decapitazione: dal mito alla triste realtà

49dec8b15bd1e493c7c3b7aa68401c48Viviano Domenici ha scritto un libro interessantissimo intitolato Jihad contro la bellezza. La sfida degli eroi che combattono per salvare i tesori dell’arte (Ed. Sperling). Il tempio della divinità mesopotamica Bel a Palmira, la reggia di Nimrud, città assira sul Tigri, le statue dei re di Hatra, nel nord dell’Iraq, la “tomba di Giona” a Ninive, antica capitale del regno assiro, il museo di Mosul, sempre in Iraq. Roghi di migliaia di libri antichi. Niente si è salvato. La furia insensata dei miliziani dell’Isis ha raso al suolo – in pochi mesi – tremila anni di storia. E, per rinsaldare la propria forza, gli uomini del califfo hanno brutalmente decapitato l’archeologo Khaled al-Asaad, direttore del sito di Palmira, che da anni salvaguardava opere di inestimabile valore e patrimonio di tutta l’umanità. Qual è la causa di tanta spietatezza? «Presso i sumeri, quando si vinceva contro un’altra popolazione, non si tagliava la testa solo al re nemico, ma anche alle sue statue, perché considerate ulteriori forme della sua essenza», spiega Domenici, giornalista del Corriere della Sera. Decapitazione. Nell’antichità la testa del nemico era il trofeo più ambito che si potesse ottenere in battaglia; non solo implicava la possessione simbolica dell’anima del vinto, ma legittimava la vittoria trasformandola in supremazia del vincitore. Gli Jivaros, i popoli amazzonici dell’Ecuador e del Perù,  avevano l’usanza di conservare le teste dei nemici uccisi in battaglia, le tsantsas, rimpicciolite fino alle dimensioni di un’arancia, con un processo molto complicato. Ma quanti “persero la testa” nel corso della storia? Quella del cartaginese Asdrubale venne gettata dai Romani – vittoriosi nella battaglia del 207 a. C. – nell’accampamento di suo fratello Annibale, ma anche la mitologia e la Bibbia hanno le loro teste mozzate. Un esempio, San Giovanni Battista. Erode Antipa lo condannò a morte e, per compiacere la bella figlia di Erodiade, Salomè, lo fece decapitare. Da cui l’appellativo “decollato”. Come dimenticare Davide e Golia. Nel libro di Samuele si racconta come Davide abbatté con una pietra il gigante per poi decapitarne il cadavere.

E ancora, nel mito, Perseo riuscì a decollare Medusa la cui scultura bronzea del Cellini in Piazza della Signoria a Firenze ne ricorda l’impresa. Mercurio, dal canto suo, fece lo stesso al pastore Argo, dotato di cento occhi, incaricato di sorvegliare la sacerdotessa Io, amata da Zeus e per questo posta sotto sorveglianza da sua moglie Era dopo essere stata tramutata in una giovenca.

La decapitazione fu anche il mezzo per castigare i monarchi detronizzati e i traditori scoperti. L’8 febbraio del 1587 nel castello di Fotheringhay fu decapitata Maria Stuarda, regina di Scozia. Qui vennero sotterrati cuore ed interiora, mentre il resto del corpo nella cattedrale di Peterborough. Quando suo figlio Giacomo I ascese al trono d’Inghilterra, nel 1603, Maria fu traslata nell’abbazia di Westminster dove tuttora riposa in una splendida tomba di marmo. Stessa sorte toccò a Carlo I d’Inghilterra che, sconfitto dal rivoluzionario Oliver Cromwell, morì sotto il colpo del boia nel freddo 30 gennaio del 1649. A causa del clima rigido, l’ultimo suo desiderio fu di indossare una camicia in più, “non voglio che mi vedano tremare”. La testa decollata fu, in seguito, ricucita al corpo del re, sepolto nella cappella di San Giorgio, al castello di Windsor e non a Westminster come aveva chiesto. Qui fu inumato Cromwell nel 1658 che, morto per febbre e calcoli renali, non riposò in pace: restaurata la monarchia, nel 1611 – proprio il 30 gennaio, stessa data dell’esecuzione di Carlo I – una folla inferocita ne dissotterrò il corpo per sottoporlo ad un’esecuzione postuma (hanged, drawn and quartered). Il leader dei parlamentari fu decapitato a Tyburn (nei pressi del Marble Arch di Londra, dove oggi una targa ne ricorda il tenebroso passato) e la sua testa esposta davanti all’abbazia di Westminster fino al 1685. Una notte, durante un temporale, rotolò fino ai piedi di una delle guardie che la prese e la portò con sé per riapparire, con annessa picca, nel 1787, quando la testa fu acquistata da un certo Josiah Wilkinson. Alla morte dell’eccentrico gentiluomo inglese, suo nipote finalmente la restituì al Sidney Sussex di Cambridge, il college dove aveva studiato Cromwell. La testa fu sepolta in un luogo noto solo alle autorità accademiche, per evitare nuove vendette – nonostante i quattro secoli trascorsi – da parte dei discendenti degli irlandesi a cui aveva confiscato beni e terreni.

E sono molte le storie di teste che sono andate a spasso staccate dal corpo. La regina Margherita di Valois conservò la testa del suo amante ugonotto, Joseph Boniface de la Môle, in una borsa di velluto. Il capitano fu impiccato nel 1574 in Place de la Greve a Parigi a seguito di un complotto fallito che mirava a spodestare il re Carlo IX. La vicenda fu raccontata da Dumas ne La regina Margot. Sir Walter Raleigh, favorito di Elisabetta I – in onore della Regina Vergine aveva chiamato le terre da lui scoperte appunto Virginia – fu decapitato per ordine di Giacomo I nel 1618 senza apparenti motivazioni se non la vicinanza alla regina che aveva mandato a morte la madre del re. Sul patibolo il navigatore-corsaro andò elegantemente vestito di velluto nero e fumò un’ultima volta la pipa. Salutò la folla e ammonì il boia a non esitare con la lama “di cosa hai paura? Colpisci, avanti colpisci!”. A fine esecuzione, si dice, che il suo aguzzino, esponendo la testa al pubblico, non riuscì a pronunciare la solita formula “questa è la testa di un traditore”… forse perché Sir Walter Raleigh, di fatto, non lo era. Il corpo fu sepolto presso l’altare di Santa Margherita (sempre abbazia di Westminster) e Bess, sua moglie, ne fece imbalsamare la testa dalla quale non si separò mai. Alla sua morte, il figlio della coppia, Carew, ordinò le sepolture dei genitori. Anche oltreoceano non si privarono del macabro rituale di mostrate le teste dei giustiziati. Per anni, ad esempio, il cranio del famoso bucaniere Barbanera (1680-1718) fu esposto nelle varie città della Virginia. Nel 1718 il tenente Robert Maynard della Royal Navy sconfisse il pirata dopo una lunga lotta. Si narra che Barbanera combatté come un leone e che ci vollero venti ferite da taglio e cinque pallottole in corpo per metterlo KO. Maynard gli tagliò la testa e l’appese al bompresso della sua nave. In seguito fu sistemata su un palo vicino all’estuario del fiume Hampton come monito per tutti coloro che avessero perseverato in comportamenti criminali. Ma non finì qui. La calotta cranica – tra verità e leggenda – pare sia approdata nella taverna Raleigh’s di Williamsburg (Virginia) e adoperata come contenitore per il punch.

Molte volte durante i secoli i boia avevano dovuto insistere prima che l’ingrato compito fosse portato a termine, essendo il “taglio” difficile da compiere con un gesto secco dell’ascia. Questo fino a quando il dottor Joseph Ignace Guillotin esclamò: «La scienza può tutto!». Sarebbe stato difatti lui l’uomo che avrebbe liberato i condannati dal timore di una decapitazione artigianale – e da indicibili sofferenze prima del definitivo trapasso – per sostituirla con una nuova invenzione, destinata a passare alla storia con il suo stesso nome: ghigliottina.

 

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s