“Il mio cane come cane è un disastro, ma come persona è insostituibile”

Pochi giorni fa, Diesel, una femmina di pastore belga, è rimasta uccisa nell’appartamento di Saint-Denis, covo degli attentatori di Parigi. Come ultimo atto di fedeltà, è andata a morire tra le braccia del suo padrone. Un legame, quello tra cani ed uomini, che risale a tempi antichissimi, presente in tutte le mitologie. La prima funzione mitica del cane è quella di essere uno psicompompo, la guida dell’uomo, come anima, nell’oltretomba, dopo essere stato il suo compagno in vita. I cinocefali – tra i quali, il più famoso è di certo Anubi – sono numerosissimi nell’iconografia egizia ed hanno il compito di imprigionare o distruggere i nemici della luce, sorvegliando le porte dei luoghi sacri. Gli antichi messicani (Aztechi e Toltechi) seppellivano insieme ai defunti un cane del color del leone – cioè del sole – che li accompagnava proprio come Xolotl, il dio cane, aveva condotto il sole durante il suo viaggio sulla terra. Presso i Bantu, per risolvere l’enigma della morte misteriosa di un abitante del villaggio, si pratica la seguente usanza: il capo appende ad un albero il cane del morto, rivestito della pelle di leopardo. Il corpo dell’animale sacrificato viene diviso tra tutti i membri della tribù che sono obbligati a mangiarlo; solo la testa è conservata dal capo villaggio che, dopo averla cosparsa di caolino, la interroga: “Tu cane, e tu, leopardo, guardate bene! Tu, cane, annusa da quale parte è venuta la morte di quest’uomo!” Qualche tempo dopo, uno della tribù si ammala: il cane ha così designato il colpevole. Le tradizioni siberiane riflettono quelle africane: durante i loro banchetti funebri, i Teleuti offrono ai cani la parte che sarebbe toccata al defunto, dopo aver pronunciato: “Quando tu vivevi, mangiavi tu stesso: ora che sei morto, è la tua anima che mangia!”. Nella civiltà celtica, il cane è associato al mondo dei guerrieri ed è oggetto di paragoni positivi. Il più grande eroe Cúchulainn è detto il cane di Culann e tutti i Celti (insulari e continentali) hanno allevato e addestrato cani per il combattimento o per la caccia; perciò paragonare un eroe ad un cane significava onorarlo e rendere omaggio al suo valore guerriero. L’Islam fa del cane il simbolo di tutto ciò che la creazione comporta di più vile; inoltre il cane è simbolo dell’avidità e della ghiottoneria. Solo il levriero non è considerato impuro ma, al contrario, dotato di baraka (una sorta di «benedizione») e protegge  contro il malocchio. In Giappone, il cane è considerato favorevolmente: è un compagno fedele e la sua effigie protegge i bambini. Proprio nella terra del Sol Levante, una statua di bronzo, all’ingresso della stazione di Shibuya, ricorda la fedeltà di Hachikō (novembre 1923 – marzo 1935), un Akita Inu che, per dieci anni, dal 1925, attese il ritorno del suo padrone, il professor Ueno – morto a causa di un ictus mentre era all’università – nella stazione dove ogni mattina l’uomo prendeva il treno per recarsi al lavoro. Molti animali hanno lasciato ricordi talmente memorabili nel cuore dei loro padroni da meritare un posto nei cimiteri. Il Pine Ridge Cemetery for Small Animals, in Massachusetts, ospita alcuni amici a quattro zampe di personaggi illustri; tra questi ricordiamo Igloo, la mascotte dell’esploratore polare Richard Byrd durante le sue spedizioni artiche. La sua lapide è a forma di iceberg. Spostandoci a New York, a Central Park tra la 5a e la 66a, incontriamo la statua dedicata a Balto, un Siberian Husky dallo sguardo attento, rivolto verso l’orizzonte. La targa che ne ricorda l’impresa eroica recita: «Resistenza, fedeltà e intelligenza». Balto, infatti, fece parte di una spedizione per il trasporto di siero antidifterico, organizzata dalla città di Nenana a quella di Nome, in Alaska nel 1925. La malattia si era diffusa a macchia d’olio in quel luogo remoto e il cane era stato scelto come guida della slitta destinata ad attraversare un’immensa distesa di ghiaccio per aiutare gli abitanti di quella zona. Fu il protagonista della cosiddetta corsa del siero, oltre 80 Km percorsi in poco più di cinque giorni a meno 40° sotto zero (i corrieri postali ci impiegavano venticinque giorni a percorrere 1000 km). Sono parecchie le vicende che hanno per protagonisti cani «incredibili», esempi di lealtà e dedizione verso il proprio padrone. Ricordiamo Jo Fi, cagnetta di razza Chow, che fece ingresso a casa Freud nel 1929; compagna inseparabile del fondatore della psicanalisi, assisteva alle sue sessioni di terapia docile e tranquilla. Nel 1933 Hitler divenne Cancelliere e le origini ebraiche di Freud costituirono un problema tanto che il suo nome entrò nella lista nera degli autori le cui opere dovevano essere distrutte. Quando Jo Fi vide le SS entrare nella casa del padrone , a Vienna, ringhiò per la prima volta verso gli intrusi aggressivi, ma un gesto di Freud la fermò in tempo perché non dovesse patirne le conseguenze. La situazione diventò seria a partire dal 1938, anno in cui l’Austria venne annessa al Terzo Reich e a Freud non restò che l’«esilio» a Londra. Se Jo FI fu testimone dell’ascesa di Hitler, Blondi – il Pastore Tedesco del Führer – lo fu della sua caduta. Visse le ambizioni, la pazzia e la disperazione del suo padrone che la trattò sempre con amore, concludendo la sua vita (fu infatti avvelenata) assieme a quella di lui e di Eva Braun nel bunker di Berlino il 30 aprile del 1945.  Se di Blondi e Hitler non restarono che le ceneri sparse qua e là nel sotterraneo, una prova tangibile dell’amore tra cane e padrone si trova a Pompei. Quando nelle viscere del Vesuvio la lava incandescente iniziò a borbottare, il cane Delta, di proprietà di una famiglia patrizia, abbaiò di paura perché presagì la catastrofe imminente. Avrebbe potuto fuggire, ma non lo fece. Restò col suo padroncino, il piccolo Lucio a giocare per un po’ fino a quando tra fumo e lava smossa, Delta affondò i denti nella tunica di Lucio e cercò di spingerlo verso un monte vicino alla casa per trarlo in salvo, ma la lava fu più veloce. In un atto estremo di dedizione, il cane tentò di proteggere il corpo del ragazzino (Amati Cani, José Jorge Letria). Oggi sono uniti per sempre in una statua di lava. La storia, come abbiamo visto, ha tramandato commoventi esempi del forte legame affettivo tra cane e padrone. Quello che considero emblema di lealtà e speranza è ricordato in questi versi «Mentre questo dicevano tra loro, un cane che stava lì disteso, alzò il capo e le orecchie. Era Argo, il cane di Odisseo» che riconobbe subito il suo padrone, nonostante il travestimento da mendicante, «E quando Odisseo gli fu vicino, ecco agitò la coda e lasciò ricadere le orecchie; ma ora non poteva accostarsi di più al suo padrone. E Odisseo volse altrove lo sguardo e s’asciugò una lacrima»  – l’unica che versa dal suo ritorno – «E Argo, che aveva visto Odisseo dopo vent’anni, ecco, fu preso dal Fato della nera morte».

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