Quello che i muri ci dicono

Le immagini sono più forti delle parole. Colpiscono la vista, ed arrivano come lame taglienti nella testa di chi le guarda. Ne catturano la memoria e non si possono cancellare; torneranno a galla – come una sorta di epifania – quando meno te lo aspetti. Sono una forma di ribellione, pacifica quanto penetrante, che trova, oggi, la sua espressione più profonda e significativa nella dinamica street art. Le immagini tracciate con pennarelli e spray, sulle facciate dei palazzi o sui vagoni della metro, sono un bisogno di provocazione, sono il desiderio incontenibile di uscire dai musei e dalle gallerie accessibili solo a pochi. L’arte, in quanto tale, è di tutti; questi artisti che invadono interi quartieri sembrano affidarsi alle parole del poeta rivoluzionario Majakovskij Vladimir (1893-1930) “Le strade sono i nostri pennelli. Le piazze le nostre tavolozze. […] Nelle strade, futuristi, tamburini e poeti!” (da Ordinanza all’esercito dell’arte) e con loro la città diventa un libro aperto da leggere ad ogni angolo, su qualsiasi tipo di muro. La loro fama è mondiale. Basti pensare al “caso Bansky”, un fenomeno mediatico planetario a cui molti si ispirano. Ha così tanti followers – alcuni dei quali sono diventati dei veri e propri cacciatori delle sue opere – e la sua identità è rimasta per tanto tempo un mistero, che un gruppo di studiosi della Queen Mary University di Londra si sarebbe affidato alla matematica per identificare l’artista britannico.

Chi si nasconde dietro Bansky? Ipotizzano un certo Robin Gunningham. Conoscitore del vasto mondo dei media, ha seminato, negli anni, le sue tracce dappertutto nel mondo: l’ultimo murales, vicino all’ambasciata francese a Londra, è un’ulteriore denuncia. Infatti la maltrattata Cosette de I Miserabili di Victor Hugo si fa portavoce delle condizioni disumane dei rifugiati a Calais. Un barattolo di gas lacrimogeno la avvolge tutta mentre la bandiera francese, simbolo di quell’audace rivoluzione che osò tagliare la testa all’assolutismo monarchico, svetta orgogliosa e malconcia alle sue spalle.

Lasciando da parte gli “anti-tutto” che oscillano tra la voglia di contestazione e un certo impeto vandalico, gli eredi dei primi street artist (TAKI 183 è stato un writer dei primi anni ‘70 che, insieme a Rammellzee, apre la strada al graffitismo ed allo sviluppo dell’Aerosol-art, cioè l’uso della bomboletta spray, a New York.) sono un nutrito gruppo. L’originalità del portoghese Alexandre Farto alias Vhils che, dopo aver fatto saltare con piccoli ordigni pezzi di muro di palazzi in periferia, realizza le sue opere su quello che vi rimane. In questo modo il grigiore degli edifici abbandonati, sintomo della forte crisi economica del suo paese, è stato trasformato in una vetrina che ricorda i volti degli eroi popolari della nostra epoca. Immagini e parole sono gli strumenti della giovane artista statunitense Tatyana Fazlalizadeh, diventata famosa per la campagna contro le molestie sessuali alle donne: Stop Telling Women to Smile (smettete di dire alle donne di sorridere), e l’ancor più provocatorio Harassing women does not prove your masculinity (molestare donne non prova la tua mascolinità). Altro pennello rosa, l’iraniana Shamsia Hassani che affida alle sue esili fate blu ricoperte da burqua elettrici il sogno di un possibile cambiamento a Kabul: “di solito dipingo donne con il burqua in forma moderna su pezzi di muro perché voglio parlare delle loro vite, per trascinarle fuori dalle tenebre, per aprire le loro menti e portare cambiamenti positivi, cancellando o alleviando i ricordi della guerra ricoprendo la città di colori brillanti, felici contro la tristezza delle pareti martoriate della città.” E le donne sono tra i soggetti preferiti di Keizer che realizza in Egitto stencil contro il consumismo e i militari. Famoso quello che ritrae una donna con i capelli al vento per il quale l’artista rischia la pena di morte. In Italia chi non scende mai a compromessi con le speculazioni di mercato è Blu. Ultimamente l’artista è stato impegnato nella cancellazione di tutte le sue opere in giro per Bologna per protestare contro la mostra Street Art – Banksy & Co. L’arte allo stato urbano che aprirà il 18 marzo sotto le due Torri. L’evento, dedicato alla street art, vuole esporre al chiuso i graffiti provenienti da tutto il mondo, alcuni dei quali però sono stati “strappati” dai muri su cui erano stati disegnati. Blu non vuole che le sue opere vengano privatizzate, quindi ha preferito, con gesto estremo, disfarsene. Il gesto non è una novità. Chi lo segue ricorderà che nel dicembre del 2014 l’artista cancellò i murales Brothers e Chain (dipinti tra il 2007 e il 2008) diventati in quel di Berlino meta di pellegrinaggio dei sempre più numerosi appassionati di street art. L’oscuramento delle opere fu la risposta, quella volta, alla selvaggia speculazione immobiliare che voleva sfruttare l’area che ospitava le opere di Blu per un tornaconto economico non indifferente. Ma gli artisti, si sa, non sono tutti uguali e alcuni hanno abbandonato la continua denuncia della società consumistica e si sono, al contrario, adattati ad essa.

Ne è un esempio Ben Eine che collabora con la Vuitton, o Kaws che ha ridisegnato la statuetta degli Mtv Awards 2013 e ancora Fairey del quale è possibile comprare scarpe, t-shirt e quant’altro online. La linea che separa il restare fedeli a se stessi da abili e fruttuose operazioni commerciali è molto sottile. Quando si avranno tra le mani tutti gli attrezzi del mestiere, pronti per dare vita ad un pezzo di muro insignificante sarà bene ricordare le parole dei grandi Keith Haring (1958-1990) “Mi è sempre più chiaro che l’arte non è un’attività elitaria riservata all’apprezzamento di pochi. L’arte è per tutti, e questo è il fine a cui voglio lavorare”, e Jean-Michel Basquiat (1960-1988) “Io non penso all’arte quando lavoro. Io tento di pensare alla vita.”

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