Ciao Collie, amica mia.

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Lo scorso 7 maggio è morto il mio cane. Mia sorella lo aveva trovato 13 anni fa, abbandonato sul ciglio della strada e da allora Collie (questo il nome) – una femmina, un incrocio tra un labrador e un cane lupo – in punta di zampe è entrata a far parte della famiglia. Era educatissima, tant’è che il veterinario ipotizzò che fosse la compagna di una persona non vedente, e lo è stata anche durante l’agonia, non un lamento, né la ritrosia alle punture di cortisone che avremmo voluto fossero l’elisir di lunga vita. Ma l’esistenza, purtroppo, ha un inizio e una fine, per gli esseri umani e per gli animali, è scontato dirlo, lo so, ma è tra le poche verità – e forse l’unica – che consola e cerca di alleviare un dolore incolmabile. Stesa sulla coperta, in giardino, se n’è andata tra le braccia dei miei genitori. Qualcuno penserà che sia un’esagerazione, un amore così grande in vita e l’infinita sofferenza che si prova quando il nostro fedele amico ci lascia, soprattutto di fronte a drammi umani di importanza mondiale, ma credetemi, è come se un parente vi lasciasse perché il cane – nel mio caso – diventa un membro familiare a tutti gli effetti. Mi manca tantissimo. Mi mancano quegli occhioni nocciola brillanti e la sua compagnia. Era un cane buono, indipendente, a volte cocciuto ma amorevole (soprattutto con i bambini) ed intelligente. Ecco perché voglio dedicare questo pezzo, il secondo del blog, a lei ed ai sui suoi simili, ai cani che alleviano le sofferenze dei malati in ospedale, anche se ci sono persone che non sono d’accordo sulla presenza delle bestiole tra le corsie perché portatrici di peli e malattie, secondo loro. Ai cani che salvano vite umane tra le acque ed il fuoco e ai cani di casa che sventano furti, soprattutto a danno degli anziani, vittime troppo spesso di gente senza scrupoli. Ai cani che riempiono i giorni delle persone sole. Ai cani tristi dei canili che aspettano con fiducia qualcuno che li porti via e che offra loro una vita migliore. Ai cani che danno amore incondizionatamente, perché non esiste fedeltà che non sia mai stata tradita – in amore come in amicizia -, eccetto quella di un cane fedele (Konrad Lorenz). Nella cupa Torre di Londra, Anna Bolena ebbe come compagnia quella del suo Urian che la accompagnò sulla forca, decapitato infatti con la sventurata regina per ordine di Enrico VIII. “Ora è tardi, troppo tardi mio fido Urian, sulle tavole del patibolo vengono ultimati i preparativi della mia esecuzione”. “Della nostra esecuzione, signora, dato che andremo insieme. Che Dio ci aiuti e ci assolva da ogni male” (da Amati cani di Josè Jorge Letria). Nel 1808  Lord Byron scrisse Epitaph to a Dog (Epitaffio per un cane), versi commoventi per Boatswain, il suo Terranova; “a colui che possedette la bellezza senza la vanità, la forza senza l’insolenza, il coraggio senza la ferocia, e tutte le virtù dell’uomo senza i suoi vizi”, si legge sul monumento funebre dell’animale che riposa a Newstead Abbey, nel Nottinghamshire, Il poeta non si privava mai della sua compagnia, che fossero le lunghe passeggiate nella campagna inglese, i salotti degli intellettuali o le affollate taverne, Boatswain era sempre al suo fianco. Quando il cane prese la rabbia, il padrone lo assistette amorevolmente, senza paura di contrarre la malattia o essere morso. Si dice che sul letto di morte, lontano dalla patria, a Missolungi, in Grecia dov’era andato a combattere contro i Turchi per l’indipendenza del paese, sussurrò spesso il nome del suo fido compagno, “andiamo, Boatswain, che bello rivederti”. Chi ha un cane sa che il rientro a casa per l’animale a quattro zampe è un evento speciale, sempre. L’amico, rimasto in attesa durante la nostra assenza, si abbandona, infervorato, alle effusioni più diverse: guaisce, salta, corre, scodinzola, abbaia, si accuccia. Il padre del romanzo storico, Sir Walter Scott (1771-1832), era circondato da cani; tra tutti c’era Hamlet che ogni volta che vedeva il padrone tornare, saltava e roteava su se stesso tenendogli compagnia nello studio, quando era impegnato nell’attività di romanziere. I cani, ispirazione dei padroni. Conoscete l’etichetta discografica His Master’s Voice (HMV) – conosciuta in Italia come La voce del padrone? Il marchio rende omaggio a Nipper, un bastardino con sangue di Bull Terrier che era solito stazionare davanti ad un grammofono per ascoltare la voce dell’amico umano proveniente dall’apparecchio. Il cagnolino, che era appartenuto a Mark Barraud, dopo la morte del padrone, si trasferì a casa del fratello Francis, apprezzato pittore inglese, che notando l’atteggiamento della bestiola la ritrasse così come la vediamo. L’immagine piacque tanto a Barry Owen, numero uno della Gramophone Company che la volle come logo per ampliare il suo giro d’affari. Fu un vero successo e Nipper – nome datogli per l’abitudine di mordicchiare (dall’Inglese to nip) le caviglie degli ospiti della sua famiglia – divenne famoso in tutto il mondo. Oggi il cane riposa a Kingston-upon-Thames dove una targa commemorativa ne ricorda il legame col grammofono e con il suo padrone. Errol Flynn è passato alla storia del cinema degli anni ‘40 e ’50 per ruoli immortali come Robin Hood ed il Generale Custer, ma la vita spericolata e l’amore per la bottiglia non lo risparmiarono. Ebbe tre matrimoni ma restò fedele solo ad Arno, il suo gentile Schnauzer che lo accompagnava dappertutto, dai camerini di Hollywood ai set cinematografici, dalle feste private ai club più gettonati. Quando l’animale morì, caduto accidentalmente dal pontile dello yacht del padrone, Ernest Hemingway, amico dell’attore, gli consigliò di prendere i leoni della Rhodesia, ma Flynn rifiutò; nessuno poteva sostituire il suo little mutt (il bastardino, come soleva chiamarlo). Nel 1963 Viaggio con Charley fu il libro più venduto di tutta la produzione letteraria di John Steinbeck. L’idea era nata tre anni prima: lo scrittore voleva esplorare il cuore di quell’America che stava attraversando profonde trasformazioni sociali e così, a bordo di Ronzinante, un’automobile attrezzata a casa-su-due-ruote, partirono per questa avventura. Charley era un barboncino “acciaccato” che rispondeva ai comandi nella sola lingua francese e, a vederlo, pareva un vecchio diplomatico dal carattere sereno e pieno di garbo. “Intelligente e bene educato, Charley è più che un semplice compago di viaggio; è parte integrante del progetto. Il cane aiuta a rompere il ghiaccio con gli estranei: Charley è il mio ambasciatore”, disse di lui Steinbeck. Il cane entrò appieno nella galleria degli animali domestici resi immortali dalla letteratura. Ed immortale è il legame che lega l’uomo al proprio cane; non c’è più un padrone ed un sottoposto, ma ci sono due amici, uno dei quali non sa cosa sia il tradimento o la slealtà, la cattiveria o il comportamento interessato. È questo il dono che mi ha lasciato la mia cara amica, la mia dolce Collie. Che tu possa, al pari degli umani, riposare in pace.

Per chi volesse dilettarsi nella lettura di aneddoti curiosi sugli amici a quattro zampe ed i loro padroni famosi: Oscar Grazioli, Cani di sangue blu: storia e storie di 31 razze celebri, L’Età dell’Acquario edizioni, 2010.

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