Una riflessione

Il brutto episodio di Monaco è l’ennesimo fatto che lascia l’intera Europa sgomenta. Escludendo le esplosioni e gli attentati rivendicati dall’Is, dagli uomini dello Stato islamico e da tutti i simpatizzanti e gli affiliati ci si domanda che cosa possa spingere un diciottenne a fare una strage. Mi immagino Ali Sonboly chiuso nella sua camera, con lo stereo a palla, che riflette, sul suo status, ossia la sua posizione nella società. Forse ignora la parola status ma i suoi pensieri attraversano la sua vita di adolescente fatta, come quella di tutti noi, di frustrazioni, successi, sogni. L’origine iraniana che potrebbe essere una ricchezza, per questo ragazzo diventa un limite, una “fastidiosa risorsa” che non lo fa inserire al cento per cento in un ambiente totalmente teutonico. Eppure ci sono tanti tedeschi che hanno altre origini, e si sentono tedeschi. A diciott’anni, l’ansia da status può gettarti in un baratro senza luce. Se non soddisfi i requisiti giusti di un gruppo, sei fuori da quel gruppo. E si può diventare bersaglio del bullismo mentre la rabbia verso i compagni ribolle dentro per sfociare poi senza controllo. L’ansia di appartenere ad una scala sociale bassa genera inquietudine perché la considerazione che abbiamo di noi stessi dipende anche dall’idea che gli altri hanno di noi. Sono due le strade a cui questa riflessione porta: quella positiva che spinge a migliorarsi, a realizzarsi anche tra mille difficoltà guardando al futuro con speranza e tenacia, la negativa, frustrante, che attanaglia nelle sue spire fallimentari e ridicolizza, umilia, genera sofferenza  e che può uccidere. Mentre leggevo la notizia di Monaco, mi è venuto in mente un libro di Alain de Botton (che amo molto) intitolato L’importanza di essere amati e sfogliandolo credo che la risposta alla strage sia scritta qui. Ho unito le due cose – la strage ed il libro – ed ho concluso che chi agisce uccidendo gli altri e poi se stesso abbia proprio quest’ansia da status la cui causa risiede nella mancanza d’amore. Sembra banale, ma non lo è. È semplice: la vita adulta è caratterizzata da due grandi storie d’amore. La prima ha a che fare con l’innamoramento e la vita sessuale di ognuno di noi, la seconda, invece, riguarda la nostra richiesta di amore al mondo. A tal proposito William James (fratello dello scrittore Henry) nei Principi di psicologia del 1890 è chiaro: «Non si potrebbe immaginare una punizione più maligna […] di quella che un individuo dovesse girare da solo nella società, senza che nessuno gli prestasse assolutamente attenzione. Se nessuno si volgesse quando entriamo in un salotto, se nessuno rispondesse quando parliamo, o prestasse attenzione alle nostre azioni, […] sorgerebbe in noi ben presto una specie di rabbia impotente, di disperazione, di fronte alla quale le torture fisiche più crudeli ci sembrerebbero un sollievo». Ecco allora che mi sveglio una mattina, impugno un fucile ed entrando in un centro commerciale, faccio fuoco all’impazzata. Poi mi uccido.

Vivendo in una società democratica e capitalistica tutti abbiamo la capacità di realizzare i nostri sogni. Le tecnologie, poi, hanno aumentato le aspettative. Ma è proprio così? Abbiamo tutti questa capacità? «Il prezzo che paghiamo per aver aspirato a essere molto di più dei nostri avi è l’ansia continua di non essere affatto ciò che potremmo essere».

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One response to “Una riflessione

  1. Grazie per questo tentativo di lettura. Può essere – tutto può essere, per quel che ne potremo mai sapere. L’ansia da status, il bisogno di considerazione, di amore… credo che li viviamo/abbiamo vissuti un po’ tutti, ciascuno a modo proprio. Sono naturali e forse addirittura necessari per muoversi verso l’apertura, la curiosità, lo studio, la cura. Ammetto di essere senza risorse, di non riuscire proprio a immedesimarmi in chi va nella direzione opposta.

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