12 mila volte Jack London

Le sue fotografie erano “documenti umani”; li considerava preziosi come i suoi romanzi, i racconti e gli scritti giornalistici. Dal 1900 al 1916, Jack London raccolse più di dodicimila scatti. La macchina fotografica divenne un elemento essenziale che alimentò la sua insaziabile curiosità verso gli esseri umani e la loro società. “Aveva gli occhi di un sognatore”, scrisse di lui il fotografo Arnold Genthe, ma i sogni dello scrittore americano non distorsero mai la visione complessa e sagace dell’umanità, anzi anelavano alla ricerca continua di quell’emozione eterna che gli rese tutta la vita una grande avventura. “Il corretto funzionamento dell’uomo è di vivere, non di esistere”, sostenne London.

The Path Men Take raccoglie parte del lavoro fotografico del controverso autore. Accompagnato da brani tratti dalle sue opere letterarie e giornalistiche, comprende una selezione di istantanee scattate durante quattro capitoli importanti della sua carriera: quelle che hanno come soggetto l’East End di Londra, dove travestito da povero si immerse tra gli sfortunati, che pullulavano le strade della capitale dell’Impero britannico, vittime della rivoluzione industriale (questo materiale fece parte della prima edizione del suo studio sociologico sulle condizioni di vita degli indigenti in Il popolo degli abissi, del 1903). Quelle del conflitto russo-giapponese, con le quali diffuse l’inutilità della guerra, come inviato dal San Francisco Examiner, uno dei quotidiani di Randolph Hearst; il gruppo con soggetto il terremoto di San Francisco (1906), la sua città e, infine, quelle avventurose che testimoniano parte della sua spedizione per i mari del sud a bordo dello Snark.

La vita non è sempre avere delle buone carte, spesso bisogna giocare bene una brutta mano”, scrisse. E lo sapeva bene tanto che la sua vita sembra superare la sua opera in termini di avventura. Figlio bastardo di un astrologo ambulante irlandese, che non ebbe scrupolo alcuno ad abbandonarlo, venne cresciuto dalla madre, una spiritista suicida che lo considerava “l’insegna della propria vergogna”, e da John London, vedovo con altri due figli a carico. La sua infanzia fu torbida e la strada fu la sua scuola. All’età di 12 anni frequentava già gli ambienti delle osterie e vendeva giornali. Lavorò in una fabbrica di conserve, fu cercatore di ostriche, e d’oro in Alaska, guardia costiera, scaricatore di carbone, cacciatore di foche nei mari del Pacifico, viaggiò sui treni, clandestinamente, attraverso la costa occidentale dell’America e in Canada.

London rappresentò – come pochi – lo spirito giovanile del suo paese; parallelamente ai più svariati lavori, non smise mai di leggere e studiare. Fu un autodidatta, tranne il breve periodo universitario. Nietzsche Darwin e Marx, contribuirono alla sua formazione filosofica e umanistica, che si evolse da un forte individualismo, per sfociare nel socialismo e abbracciare le cause dei meno fortunati che, curiosamente convivevano con la sua fede nella supremazia della razza bianca. Iniziò a scrivere in prigione, mentre scontava 30 giorni per vagabondaggio e la letteratura fu il suo salvagente, sebbene la vita a Londra non era quella dei romanzi. Preferì sempre il vivere allo scrivere. Nei suoi quarant’anni di vita scrisse più di 50 libri, tra cui Zanna Bianca, Il richiamo della foresta e Martin Eden che possono essere considerati autobiografici.

Divenne lo scrittore più pagato d’America, ma i problemi finanziari non lo abbandonarono mai. London imparò la tecnica fotografica da un amico e i trucchi del mestiere dalla sua prima moglie, Bess Maddern. “Era un dilettante”, scrive Davide Sapienza nell’introduzione del libro, “ma aveva capito l’importanza del mezzo e come utilizzarlo; studiò questa nuova arte”. Lo scrittore, infatti, aveva sempre ammirato il lavoro di Jacob August Riis, un pioniere della fotografia documentaria e giornalista d’inchiesta.

Era consapevole del potere del mezzo come testimone di un fatto e della capacità del fotografo di trasmettere le differenze tra culture diverse, trasformandolo in un giramondo il cui occhio non dovrebbe mai essere ingannato da preconcetti e pregiudizi. “Nel suo sguardo candido e primitivo non vi è nulla di superfluo”, dice ancora Sapienza, “i suoi scatti sono istantanee senza tempo, momenti catturati in situazioni che hanno un destino comune: il cammino dell’umanità”.

La sua morte, avvenuta nel 1916, resta un mistero. Si spense a Glen Ellen, nel suo ranch californiano. Il certificato di morte afferma si trattò di uremia, insufficienza renale, ma sembra più probabile che una dose eccessiva di morfina, destinata ad alleviare il dolore delle coliche, gli sia stata fatale. Questo ha aperto la possibilità alla tesi del suicidio per molti anni, ma solo di recente è stata confermata l’overdose accidentale. L’alcolismo e gli eccessi ebbero la meglio su questo instancabile avventuriero e grande scrittore che, nonostante le avversità e i momenti bui della sua vita, ripeteva sempre, “preferisco vivere”.

Per chi fosse interessato il libro è: Jack London, le strade dell’uomo. Fotografie, diari e reportage, Contrasto editore

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