Centomila gavette di ghiaccio di Giulio Bedeschi

Tutto, prima o poi, viene alla luce. Chissà cosa avrebbe provato Giulio Bedeschi nell’apprendere del ritrovamento dei corpi dei soldati italiani andati a combattere in Russia durante la Seconda Guerra Mondiale. «L’alpino, medico e scrittore» di Arzignano (Veneto) nel 1940 si arruolò, come molti altri in quel periodo, volontario nella Campagna di Grecia (che fu un disastro per il nostro Paese) e, successivamente, partecipò, con la divisione alpina Julia, a quella di Russia, ricordata come operazione Barbarossa. Bedeschi fu uno dei pochi superstiti di una delle pagine più dolorose della nostra storia ed il romanzo Centomila gavette di ghiaccio (ed. Mursia) ne testimonia la terribile esperienza. Gli Alpini, impegnati sulla linea del fiume Don, subirono perdite gravissime ed interi reparti venero spazzati via: se non si cadeva per mano nemica (l’armata sovietica era di cinque volte superiore al Corpo d’armata alpino) fu il gelo con i suoi – 40° a  o la fame prolungata a mietere vittime. «La visibilità divenne nulla, come ciechi i marciatori continuarono a camminare affondando fino al ginocchio, piangendo, bestemmiando, con estrema fatica avanzando di trecento metri in mezz’ora. Come ad ogni notte ciascuno credeva di morire di sfinimento sulla neve, qualcuno veramente s’abbatteva e veniva ingoiato dalla mostruosa nemica, ma la colonna proseguì nel nero cuore della notte». Impossibile non commuoversi davanti alle immagini struggenti di padri di famiglia o giovani figli di mamma spediti  al massacro, che cercano di sopravvivere cibandosi della carne dei muli morti o con «[…] quel tritume era zeppo di vermi bianchi raggrinziti e uccisi dal gelo: l’estate li aveva fatti nascere e l’inverno li aveva conservati assieme ai crauti andati a male. […] Era gelido, insapore, ma cedeva alla pressione dei denti, e diveniva una pasta molle, nel caldo della bocca: sì, era cibo. L’inghiottì», che cercano una via di fuga dalla stretta dell’esercito russo. Non mi dilungherò a parlarvi del libro; vorrei che lo leggeste e lo consigliaste ai vostri amici. «L’autore affida al lettore la storia di un esiguo reparto; omettendo gli autentici nomi ha voluto deliberatamente trascendere le singole persone, perché questa è stata davvero la storia di tutti gli alpini, e perché in essa tutte le madri possano intravedere i volti dei loro figli e riviverne la storia di dolore e di morte […]», come scrive Bedeschi nella prefazione. E sarebbe doveroso che il 16 settembre, giorno dei ritrovamenti, fosse il “Giorno della memoria” in onore dei nostri coraggiosi Alpini, figli della Patria. «Parlo con il cuore di vecchio alpino e per l’amore che porto ai miei soldati; so che non può venirmene che danno, ma tuttavia sento il dovere di far udire alta la mia voce. Vi autorizzo a rendere nota questa lettera a chi vorrete e a farne l’uso che riterrete più opportuno, a vantaggio dei soldati. Finché è ancora possibile prendere adeguati provvedimenti, io affermo e denuncio che, non so se per ambizioni o incompetenze di comandanti o per altre ragioni, si sta addivenendo a una determinazione d’impiego delle truppe alpine che non esito a definire bestiale e delittuosa». È un breve estratto della lettera di Pietro Gay, vero nome del colonnello Garri del romanzo, comandante del III Reggimento Artiglieria Alpina che scrisse al Presidente del Senato Giacomo Suardo per protestare la decisione di impiegare gli Alpini sul “funesto” Don.

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