La fatica di essere Clown a 30 anni da “IT”

Nel 1986 Stephen King pubblicò It, un romanzo horror con protagonista un demonio che assume la forma del clown Pennywise per mietere vittime. Non sbaglio se dico che il pagliaccio, dalla sua comparsa, ha terrorizzato centinaia di ragazzini (e non solo), me compresa. Prima di dormire, infatti, controllavo che non ci fossero presenze minacciose dentro l’armadio e sotto il letto. Da qualche mese, gli inquietanti saltimbanchi hanno abbandonato guardaroba e brande per spuntare fuori le scuole e nei supermercati, nei parcheggi e nelle strade e spaventare bambini e adulti. Gli episodi, sempre più crescenti – non solo in America ma anche in Europa – sono stati, a volte, vere e proprie burle. Altri, al contrario, sono rapine e pestaggi veri, che nulla hanno a che fare con lo scherzo o la beffa. Il panico generale – la gente è talmente intimorita da essersi organizzata in gruppi per la “caccia al clown” – non ha lasciato indifferente King stesso che con un tweet ha ricordato che “i pagliacci sono buoni, divertono e fanno ridere” ed ha invitato a placare l’isteria collettiva da clown. Ma chi è il clown? Jules Claretie (1840-1913), direttore della Comédie-Française, su «Le Temps» scriveva: «Il clown è fantasia, la gaiezza in lustrini, la risata fantastica e pazza, […], il calcio che ha dello spirito, […]. Egli incarna il movimento e la vita: è per il bambino una visione di sogno, […] un’apparizione bizzarra, un burattino vivente, un giocattolo animato. Ogni generazione di bimbi ha il suo clown, come ogni generazione di giovani ha il suo poeta». Il creatore del clown fu l’italiano Joe Grimaldi, figlio di quel Giuseppe che da Genova nel 1760 si trasferì a Londra per esercitare la professione di dentista alla corte della regina Carlotta e per esibirsi come Arlecchino. A Joe il merito di aver saputo fondere la comicità italiana del padre con la buffoneria anglosassone dando vita alla figura comica del clown. Joe, incaricato di divertire il pubblico negli intermezzi, creò la parodia di un tipo di contadino irlandese, paffuto, rozzo e stravagante, intercalando i suoi lazzi con acrobazie, capriole, giochi di prestigio e balli sulla corda. Agli eccessi di buffoneria affiancò numerosi travestimenti: si camuffava da melone o da oca con la coda di un pavone e le sue trovate furono sempre accolte in maniera favorevole dal pubblico, delirante. Incarnò tutte le stramberie dell’epoca, eclissando gli imitatori di suo padre. Tra i suoi estimatori, Lord Byron che poco tempo prima della sua partenza per la Grecia, fece recapitare al clown una tabacchiera d’argento, sulla quale vi erano incise le parole: The gift of Lord Byron to J. Grimaldi. Dickens gli dedicò la Storia di un commediante ambulante. Morì nel 1837, a 58 anni, lasciando la figura del moderno clown in eredità. I pagliacci inglesi che lo ebbero come modello e che viaggiarono per l’Europa, durante l’800, sollevarono stupore ed entusiasmo. Il Signor Paolo, Tom Matthews, Billy Saunders (che introdusse i cani a lavorare col clown), Derwin, Blinchard, Widdicomb, Flewmore sono solo alcuni tra i più famosi. In Francia Jean Gontard poteva competere con i clown inglesi, ma chi riuscì ad imporsi fu Jean-Baptiste Auriol, considerato il primo grande clown dell’Ottocento. Nato a Tolosa (la data è incerta, tra il 1802 ed il 1808), fu uno straordinario saltatore: riusciva a superare 8 cavalli allineati o 24 fanti con la baionetta in canna, e fu il primo a compiere il doppio salto mortale. «Come arriva fa sentire un leggero brusio di campanelli e qualche parola appena articolata da una vocetta stridula […]. Nel momento più inatteso Auriol spicca un salto, di una leggerezza straordinaria». «Guardate, eccolo su un trampolo di quattro metri di altezza» (dalle testimonianze dell’epoca). Fu celebre quanto Rossini; percorse le quattro parti del mondo e venne incoronato d’alloro dappertutto. Il suo berretto a sonagli divenne leggendario come la feluca napoleonica. « È il clown più spiritoso e affascinante che si possa immaginare. […] Il talento nella sua arte è enciclopedico: è saltatore, giocoliere, equilibrista, danzatore di corda, cavallerizzo, attore grottesco, e a tutte queste qualità egli aggiunge una forza prodigiosa». Fu attaccato al suo mestiere in modo infaticabile, ed in privato Auriol non fu meno originale che sulla scena: portava una polonaise con alamari e dei pantaloni di larghezza esorbitante che nascondevano piedi piccoli e aggraziati; si agghindava di catene d’oro e di gioielli. Fu un buon marito e, più volte, padre. Altri celebri clown suoi contemporanei furono l’italiano Lodovico Violl che fece fortuna in Russia, Deburau, interprete di un magnifico Pierrot e Mazurier con l’incomparabile Polichinelle vampire. Vorrei terminare questo primo pezzo sui clown con un episodio che riguarda Billy Hayden che trovate nel libro Les Clown (I clown. Storia, vita e arte dei più grandi artisti della risata) di Tristan Rémy. Hayden aveva goduto di una fama straordinaria, ma con l’avanzare dell’età la vita era diventata misera e solitaria, essendo quasi cieco. Spesso si recava alla stazione per racimolare qualche centesimo, dandosi da fare come meglio poteva. Una sera, all’arrivo di un treno, un viaggiatore gli chiese se voleva portargli a casa il bagaglio. «Ben volentieri», rispose Billy Hayden, «purché voi mi indichiate la strada, dato che ci vedo poco». L’uomo accettò, e lungo la via constatò come, effettivamente, il vecchio avesse la vista debole. Ne ebbe pietà e, una volta arrivati, lo fece salire in casa. «È da tanto tempo», disse Hayden in un inglese correttissimo, «che non siedo su una poltrona così morbida; non sono sempre stato, credetemi, quel che sono adesso. Ci sono state persino delle liti intorno a me, per portare i miei bagagli». Lo sconosciuto, che era un giornalista, approfondì l’argomento. «Ma chi siete?»

«Sono Billy Hayden», confessò umilmente il vecchio.

«Siete Billy Hayden?», ripeté il giornalista con il viso carico di sorpresa e compassione. «Siete Billy Hayden! Vi ricordate di un ragazzino che teneste tra le braccia, una sera in cui eravate stato particolarmente brillante mentre la folla dei vostri ammiratori vi si accalcava intorno per avere gli autografi? Ebbene, quel bambino ero io». Il giornalista pubblicò il pezzo di quell’incontro sul suo giornale ed il pubblico inglese commosso, si interessò di chi, in gioventù, era stato così popolare come i sovrani stessi. Il buonumore, le risate, l’allegria che il clown aveva regalato a generazioni di ragazzi, gli tornò indietro sotto forma di alloggio per anziani, dove terminare i propri giorni, da pensionato e circondato dai suoi più fedeli ammiratori.

Una nota triste. Pochi giorni fa l’instancabile “Clown solare”, l’ottantaseienne russo Oleg Konstantinovich Popov – negli anni 50/60 famosissimo per le sue performance ben oltre i confini sovietici – è stato trovato morto nella sua camera d’albergo mentre era in tournée con la moglie.

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2 responses to “La fatica di essere Clown a 30 anni da “IT”

  1. Ho letto con molto interesse questo articolo; ormai sono passati più di 15 anni da quando ho letto la storia di IT il pagliaccio e questo romanzo, come tanti altri scritti da Stephen King, mi è rimasto nel cuore.
    Posso ben capire il disappunto di King nel constatare come il personaggio del clown sia adesso sfruttato per scherzi di cattivo gusto. Il libro, in realtà, parla soprattutto di altro: non c’è solo la “storia horror” scritta e pubblicata per spaventare, come uno splatter anni ’70, in cui un pagliaccio uccide delle persone; la vicenda in realtà è più complessa e presenta altri valori molto importanti, come quello dell’amicizia. Difatti è proprio l’unione e la forte amicizia che lega gli adolescenti protagonisti, da IT sottovalutata, a farlo soccombere.
    Una curiosità: questa entità maligna, IT, nel romanzo del 1986 si presenta nel suo vero aspetto come una forma inconsistente: non è altro che una luce; le reali sembianze di IT vengono difatti chiamate, nel romanzo originale, “deadlights”, tradotto in italiano da Tullio Dobner “pozzi neri”. (Nel film a due puntate degli anni ’90 la traduzione è meno libera: “luce dei defunti”). La forma del pagliaccio è una delle molteplici forme “incarnate” dalla luce e risconosciute a livello cognitivo dagli esseri umani.
    Concludo il mio feed complimentandomi di nuovo per l’articolo scritto. Grazie per averlo condiviso.
    Un caro saluto.
    Valeria

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    • Cara Valeria, grazie per i complimenti. Condivido con te la passione per Stephen King e a breve vorrei proprio scrivere qualcosa su di lui. Anzi, quando lo farò, mi aspetto un tuo commento. 😉

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