L’importanza di scrivere ancora lettere (a mano)

Mentre vedevo mia figlia scrivere la sua letterina a Babbo Natale, ho avuto nostalgia delle mie. Oggi si possono leggere delle lettere su Facebook, ma non è la stessa cosa. Non sentiamo il rumore della carta tra le nostre dita e, soprattutto, non c’è l’ansia dell’attesa di qualcosa che, viaggiando per il mondo, viene imbucata nella nostra cassetta della posta. Appositamente per noi.

La lettera… Che nostalgia!

Le prime lettere, scritte in latino con inchiostro su corteccia di betulla, quercia ed ontano, furono trovate nel 1972 durante gli scavi di Robin Birley a Vindolanda in Gran Bretagna. Qui, tra l’85 ed il 130 d.C., si erano stanziati cinquantamila Romani per costruire cinque forti che avrebbero difeso la Stanegate, la via strategica per i rifornimenti e le comunicazioni tra le guarnigioni dell’Impero e porta d’ingresso al Vallo di Adriano. Tra le ottantasei “tavolette”, morbide come carta assorbente, ci sono lettere private indirizzate ai soldati lontani da casa. Una recita: «Ti ho spedito … paia di calzini e due paia di sandali; […]. Salutami gli amici […] e tutti i tuoi compagni di mensa; prego che tu e loro possiate avere lunga vita e il migliore dei destini». C’è l’invito ad una festa di compleanno risalente al 100 d.C., la richiesta di birra, «Masclus a Cerialis suo re, salute […]. I miei commilitoni non hanno più birra. Per favore, ordina che ce la spediscano», ci sono missive di amicizie nate lungo la frontiera. Il museo, ai piedi della valle, custodisce un tesoro inestimabile: i reperti – sandali, pentole, gemme, lance e, soprattutto, le lettere – testimoniano come fosse la vita in Britannia sotto i Romani e cosa significasse essere romani in quelle terre.

«In un’epoca come la nostra, che non è dedita alla scrittura di lettere, dimentichiamo quanto esse siano state importanti nella vita della gente», Anatole Broyard, scrittore statunitense. Sono d’accordo con lui.

Avremmo saputo molto poco dei Greci e dei Latini senza le lettere. L’oratoria di Cicerone ci è nota grazie alla corrispondenza con l’amico Attico che ha permesso di ricostruire l’immagine biografica, intima e dettagliata, del politico. Attraverso le missive sappiamo dei due divorzi, del suo assassinio, del fatto che Giulio Cesare cenò a casa di Cicerone sul golfo di Napoli. In una lettera indirizzata ad Attico, infatti, che si trovava a Roma, l’oratore descrisse l’episodio: quell’ospite, che io tanto temevo, or non m’incresce d’averlo avuto. […] passeggiò lungo il lido: di lì a due ore entrò in bagno […] egli si unse, si pose a tavola, ed avea poc’anzi vomitato; sicché mangiò e bevette senza pensiero e con diletto; le vivande furono nobili, e molte, ben cotte, e ben condite, o se vuoi saperlo, con piacevoli e dilettevoli ragionamenti mescolate. Anche Seneca usò le epistole: ne rimangono 124, in cui dà consigli su come vivere e migliorarsi. I testi, indirizzati all’amico Lucilio, sono moderni e affrontano gli argomenti più disparati: dalle riflessioni sui rispettivi meriti della forza fisica e dell’intelligenza alla vecchiaia, dal valore dei viaggi alla disperazione dell’ubriachezza. Uno dei pilastri dello Stoicismo era la convinzione che il benessere dell’individuo si potesse migliorare con la lucidità dell’essere e del pensiero, un’anticipazione del movimento decluttering che punta a migliorare sulla qualità della vita, liberandosi dell’inutile.

Se vi trovate a Parigi, visitate il cimitero di Père La Chaise, dove riposano Abelardo ed Eloisa, due amanti sfortunati, le cui vicissitudini amorose sono dettagliatamente descritte dal teologo nell’autobiografia Historia calamitatum mearum (in forma di lettera) e nelle epistole indirizzate alla sua adorata allieva. La saga dei due amanti è raffigurata in diverse versioni pittoriche, furono d’ispirazione per molti poeti ed hanno avuto la loro comparsa in vari film, ad esempio i due burattini in Essere John Malkovich e in Se mi lasci ti cancello. Cole Porter immortalò i due nei primi versi di Just One of Those Things: «As Abelard said to Heloise/Don’t forget to drop a line to me, please» (Come Abelardo disse ad Eloisa/non dimenticare di scrivermi un rigo, per favore).

Nel 1215, Boncompagno da Signa scrisse un vero e proprio manuale del corretto scrivere – il Boncompagnus -, la prima guida nell’arte di redigere una lettera. Secondo il grammatico e filosofo toscano, la lettera dovrebbe essere breve, in uno stile informale; lo scopo è quello di esprimere la propria amicizia e trattare un argomento semplice attraverso un linguaggio chiaro e comprensibile.

«Ci devono essere milioni di persone in tutto il mondo che non ricevono mai lettere d’amore… potrei essere il loro leader». Così lamentava Charlie Brown quando, controllando ogni giorno la cassetta della posta, restava deluso nel vederla sempre vuota.

Nel 1874, con l’introduzione dei francobolli e dell’affrancatura a buon mercato, 30mila biglietti di San Valentino furono spediti per tutta l’America ed il 14 febbraio divenne una data memorabile e una manna per il servizio postale! Il Daily Evening di san Francisco scrisse che «il bussare del postino, la mattina del 14 febbraio, fa palpitare d’amore e curiosità il cuore di molte ragazze».

Riguardo alle chiusure memorabili, invece, famosa è quella della Regina Madre nel febbraio del 1941. La regina è a Buckingham Palace e scrive all’amica Elizabeth Elpinstone, un’infermiera che ha perso suo fratello in guerra; le porge le sue condoglianze confessandole di essere spaventata dalle bombe e dai colpi di cannone. Infine la saluta: «Tinkety Tonk (arrivederci) old fruit (fragolina), e abbasso i nazisti./Vostro affezionato/Peter».  Perché si firmò Peter resta un mistero.

Prima dell’Epifania, scriverò una lettera. E come Oscar Wilde che metteva il francobollo e poi gettava la missiva dalla finestra della sua casa di Chelsea, in Tite Street, così anch’io imbucherò a caso la mia. Sarebbe bello se ognuno di noi lo facesse; immaginatevi lo stupore del destinatario! Vi saluto come Katherine Mansfield scrisse ad un’amica: «Questa non è una lettera, sono le mie braccia che ti avvolgono per un istante». Forse tutte le lettere dovrebbero fare quest’effetto.

 

Tra le lettere famose:

Emily Dickinson, Lettere 1845-1886, Einaudi, Torino, 2006.

Ted Hughes, Lettere di compleanno, Oscar Mondadori, Milano, 2000.

John Keats, Lettere a Fanny Brawne, Formiggini, Roma, 1925.

Anaïs Nin e Henry Miller, Storia di una passione: lettere 1932-1953, Bompiani, Milano, 2002.

Francesco Petrarca, Lettere di Francesco Petrarca delle cose familiari, 5voll, Le Monnier, Firenze, 1863.

Sylvia Plath, Lettere alla madre, Guanda, Milano, 1979.

Plinio il Giovane, Lettere, BUR, Milano, 2009.

Virginia Woolf, Le lettere di Virginia Woolf, Einaudi, Torino, 1980.

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2 responses to “L’importanza di scrivere ancora lettere (a mano)

  1. Bellissimo articolo! Come nn essere d’ accordo. Ricordo ancora l’ attesa trepidante del postino quando aspettavo una lettera da qualche amico di penna dagli States, conosciuto tramite progetto scolastico, per migliorare l’ inglese. Oppure l’ eccitazione nell’ imbucare la lettera, leggendola e rileggendola, dopo averla preparata..si preparata…si andava oltre lo scrivere, e l’ averla magari spruzzata di profumo ( rigorosamente “gocce di napoleon”..mbeh ero ragazzetta, quello mi potevo permettere). Bei tempi, grz per avermeli fatti rivivere. Pat Antonelli…le “lettere” si firmano!

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