Il fascino perverso del veleno

«Il veleno ha un certo fascino», ha scritto Agatha Christie in They Do It With Mirrors (in italiano, Miss Marple: giochi di prestigio), «non ha la crudezza del revolver né quella del coltello». La morte per avvelenamento è più frequente nei romanzi della Christie che nelle opere di qualsiasi altro scrittore di gialli; più di trenta i personaggi vittime di una varietà di tossine, sostanze che la scrittrice conosceva assai bene. Durante le guerre mondiali, infatti, «la regina del giallo» lavorò prima come infermiera e nel dispensario dell’ospedale di Torquay poi, imparando molto sui veleni e i medicinali, e la scelta delle sostanze letali per le sue storie è tutt’altro che casuale: le caratteristiche chimiche e fisiologiche di ogni veleno forniscono indizi vitali per la scoperta dell’assassino. «La distinzione tra farmaco e veleno è estremamente ambigua: una piccola quantità di digitale, proveniente dall’omonima pianta erbacea, può risolvere un’aritmia cardiaca, mentre una quantità eccessiva della stessa sostanza può portare a nausea e vomito, e far sì che il cuore si metta a battere all’impazzata conducendolo alla morte», leggiamo in Anatomia del crimine della scrittrice scozzese Val McDermid. Parecchi anni prima Paralcelso, il fondatore della tossicologia moderna, aveva già espresso quest’idea quando, nel 1538, scrisse che «è il dosaggio a fare il veleno».

Veleni comuni

Stricnina. Agatha Christie la utilizza nel suo primo romanzo, Poirot a Styles Court. Per uno scrittore, la stricnina è il veleno ideale: è facilmente assorbito dal tratto gastrointestinale, ha una rapida insorgenza d’azione, con effetti devastanti. È un alcaloide presente nei semi della pianta Strychnos Nux Vomica che causa rigidità dei muscoli del viso e del collo e paralisi midollare. La morte sopraggiunge due-tre ore dopo l’esposizione,  per insufficienza respiratoria aggravata dall’acidosi lattica e dalla rabdomiolisi (la rottura delle cellule del muscolo scheletrico).

Cianuro. È il veleno che la Christie usa più spesso per sbarazzarsi delle sue vittime (seguito da arsenico, stricnina, digitale e morfina); è il protagonista di Assassinio allo specchio, Dieci piccoli indiani, Polvere negli occhi e in Giorno dei morti. Il cianuro deriva dai semi del Prunus – che comprende ciliegie, albicocche e mandorle – ed è letale: gli effetti tossici iniziano a manifestarsi entro pochi secondi dall’inalazione. Gli ultimi gerarchi nazisti si suicidarono con capsule di cianuro insieme al Führer, Eva Braun al loro cane Blondi nel bunker di Berlino quando si resero conto che ormai la guerra era irrimediabilmente persa. Anche Jim Jones, il predicatore della setta Tempio del popolo, ordinò ai suoi 912 seguaci il suicidio tramite un cocktail al cianuro: l’episodio è conosciuto come il massacro di Jonestown, il 18 novembre del 1978, nella Guyana nordoccidentale.

Arsenico. Prediletto dai Borgia, fa la sua apparizione in È troppo facile (1939) e in Istantanea di un delitto del 1957. Insapore, inodore, è una sostanza solubile in acqua fredda ma si scioglie facilmente anche nei liquidi caldi come il tè o il cacao. Poiché il corpo umano non è in grado di espellerlo, questo metallo pesante si accumula nei tessuti, con conseguenze simili a quelle di un lento deterioramento per cause naturali. Coloro che riescono a digerirlo finiscono per soffrire di una serie di sintomi – ipersalivazione, dolori addominali, disidratazione, vomito, ittero. Nel 1851 il Parlamento inglese varò l’Arsenic Act, una legge che rendeva più difficile procurarsi l’arsenico senza ricetta. Inoltre, vigeva la regola che dovesse essere colorato con la fuliggine o l’indaco in modo che il suo aspetto non ricordasse quello dello zucchero o della farina. Tuttavia, risolvere casi di avvelenamento da arsenico, nel periodo vittoriano, non era semplice: nella vita di tutti i giorni, era ovunque. Le vernici a base di arsenico si trovavano sui giocattoli dei bambini, sulle copertine dei libri, sulla carta da parati e sulle tende; i produttori di cosmetici lo utilizzavano per le creme di bellezza e quelle contro i brufoli e per la birra a buon mercato.

 Veleni insoliti                                                                                     

In Un cavallo per la strega, l’assassino utilizza una congrega di «streghe» per maledire le vittime prescelte, mascherando così le morti a causa del tallio. Può essere ingerito o inalato, è incolore ed insapore; tra gli effetti dell’avvelenamento da tallio rientrano la perdita dei capelli ed il danneggiamento dei nervi periferici.

Polvere negli occhi: un vasetto di marmellata è condito con semi di tasso, ma l’assassino non mancherà di usare anche il cianuro nel tè di un’altra vittima. L’avvelenamento è dato dai semi: hanno effetto narcotico e paralizzante e portano in pochi secondi alla morte. Frecce e lance diventavano armi letali se avvelenate col tasso, conosciuto anche come «albero della morte». Anche il padre di Amleto viene ucciso – nell’omonima tragedia di Shakespeare – da una sostanza estratta dal tasso versatagli nell’orecchio.

Nel Medioevo si pensava che la dea lunare apparisse a streghe e maghi con torce di tasso in mano. L’eco di questa credenza si ritrova nel Macbeth di Shakespeare dove le tre streghe preparano la diabolica mistura nel calderone di Ecate e tra i tanti ingredienti vi è anche «un rametto di tasso reciso all’eclissi di luna».

In Il ritratto di Elsa Greer il pittore Amyas Crale viene ucciso con la conina presente nel bicchiere di birra che l’artista sta sorseggiando mentre è a lavoro: «Tutto ha un sapore strano, oggi», esclamerà prima di morire. L’alcaloide, presente nella cicuta, colpisce l’apparato respiratorio e la morte sopraggiunge per asfissia; può essere assorbita per via orale o attraverso la pelle. Socrate fu una delle sue vittime nel 399 a.C.

In Due mesi dopo (1937) le pillole per il fegato della vittima vengono alterate con il fosforo. Il suggerimento è dato dall’aura luminescente intorno alla vittima e dalla fosforescenza del suo respiro. L’esposizione al fosforo porta ad una grave necrosi mandibolare di cui si ebbero molti casi – durante l’Ottocento – tra gli operai addetti alla produzione dei fiammiferi, di cui il fosforo bianco era una componente essenziale.

L’aconito miete diverse vittime nel romanzo Istantanea di un delitto. Secondo una leggenda, il nome deriverebbe da Acona, il porto di Eraclea in Bitinia, dove la pianta sarebbe germogliata per la prima volta dalla bava di Cerbero, trascinato da Ercole nella sua dodicesima fatica. I contadini lo hanno soprannominato «strozzalupo» perché una volta si gettavano intorno agli ovili brandelli di carne spalmati di radice d’aconito impastata: in breve tempo i lupi ne venivano mortalmente avvelenati. Ma il soprannome che più gli si addice è quello di «erba del diavolo»: si tratta di uno dei veleni più potenti che si conoscano e può essere assorbito direttamente dalla pelle. Plinio scriveva che l’aconito poteva essere utilizzato anche come farmaco, come insegnavano gli antenati secondo i quali «non esiste nessun male da cui non derivi qualcosa di buono».

Veleni medici

Belladonna. Il nome è dovuto al fatto che le dame veneziane la usavano per preparare un cosmetico in acqua distillata che faceva dilatare le pupille, rendendole più attraenti. Secondo un’altra interpretazione il nome deriverebbe dal francese belle-femme, per indicare le streghe che si servivano della pianta nella preparazione di unguenti e pozioni. In Italia è nota anche come morella furiosa, «ciliegia della pazzia» in Germania, Deadly Nightshade «belladonna mortale» in Inghilterra. Agatha Christie se ne serve in Poirot e i Quattro (1927) e in Miss Marple nei Caraibi (1964) . John Mann nel suo Murder, magic and medicine ipotizza che Livia, l’aristocratica moglie dell’imperatore Augusto, usò la belladonna per sbarazzarsi dei possibili successori al trono del marito, assicurandosi così che la porpora imperiale fosse ereditata da suo figlio Tiberio, come infatti accadde.

L’antidoto per l’avvelenamento da belladonna è la fisostigmina, utilizzata a sua volta come veleno in È un problema (1949), somministrata attraverso il collirio. Ottenuta dalla fava del Calabar, pianta rampicante dell’Africa occidentale, la fisostigmina mostra efficacia anche contro il  Parkinson e l’Alzheimer.

La morfina è un altro veleno a cui la Christie è affezionata. In La parola alla difesa, la sostanza viene mischiata – si pensa, inizialmente – con il paté di pesce spalmato su alcuni sandwiches; si scoprirà invece che l’assassino l’ha servita in una teiera dalla quale egli stesso berrà per allontanare i sospetti, e per somministrarsi appena dopo l’emetina, che induce al vomito, sottraendosi così all’avvelenamento.

In C’era una volta, ambientato nel 2000 a.C. a Tebe, il veleno aggiunto al vino, che uccide Sobek, non verrà mai scoperto, ma si presume sia succo di papavero. Fin dalla XVIII dinastia gli Egizi avevano cominciato ad importarlo dalla Mesopotamia, dove i Sumeri usavano erbe e bevande narcotiche. Nel mondo romano il papavero da oppio giunse soltanto dopo la conquista della Grecia; i Romani consumavano la teriaca, un farmaco inventato da Galeno che conteneva sessanta diversi elementi tra cui dosi abbastanza elevate di oppio. Come scrisse Jean Cocteau dopo essersene disintossicato, «l’oppio assomiglia alla religione come un illusionista assomiglia a Gesù Cristo»; l’oppiomane infatti si sente trasportato, quasi fosse un mistico, oltre la realtà, si trova immerso in un mondo piacevole, ovattato, dove le stimolazioni esterne risultano attenuate, le difficoltà dissolte. Ma al ritorno dal «viaggio» subentra un senso di malessere che si accentua via via che si aumenta la dose per mantenere gli stessi effetti: si diventa irrequieti, ansiosi, insonni, il corpo è indolenzito e la capacità creativa va scemando. Conseguenze più gravi, fino alla morte, provocano la morfina e l’eroina, sostanze chimiche tratte dall’oppio.

Ne La domatrice, sedicesima avventura di Poirot, la vittima viene uccisa con la digitale. Fiore mortale nella  poesia Digitale purpurea del Pascoli, nella realtà è una pianta tossica ma non letale, a meno che non la si assuma in dosi eccessive e ripetute nel tempo. William Withering (1741-1799), botanico britannico, scoprì che poteva essere usata per il trattamento dell’ insufficienza cardiaca.

La lista degli omicidi sarebbe incompleta senza l’uso dei sonniferi. In Se morisse mio marito (1933), uno dei personaggi, Carlotta Adams, va incontro alla morte per un’overdose di Veronal. Dal 1903, il Veronal, venne usato come sonnifero ed ebbe un larghissimo uso rispetto ai bromuri fino ad quel momento somministrati per  via dei minori effetti collaterali e del gusto meno sgradevole. Tuttavia, non erano infrequenti overdosi fatali, accidentali o intenzionali che fossero. Con la sostanza – in dose eccessiva – si suicida Else, l’eroina di Arthur Schnitzler nel suo romanzo La signorina Else del 1924.

 La morte di Hercule Poirot

Sipario (1975) è il romanzo in cui Hercule Poirot fa la sua ultima apparizione e dove l’investigatore belga dà una lezione di politerapia. Senza svelarvi la trama – per chi fosse interessato a leggerlo – tra cioccolate calde e tazze di caffè, l’intera storia è un susseguirsi di somministrazioni di sonniferi: per impedire che venga commesso un omicidio, per uccidere (anche la persona sbagliata) e per accertarsi delle propria morte.

Nel 1813, Mathieu Orfila (1787-1853), medico spagnolo, pubblicò il Trattato de’ veleni che elencava e catalogava tutti i veleni conosciuti, di origine animale, vegetale e minerale. Il suo lavoro rimase il principale testo di riferimento per la tossicologia per oltre quarant’anni.

Nel 1918 Charles Norris fondò il primo istituto ufficiale di medicina legale, con il compito di analizzare i cadaveri delle persone che erano morte in maniera innaturale e sospetta; Norris divenne il primo medico legale capo della città di New York. In precedenza, la patologia forense era stata appannaggio esclusivo dei “coroner eletti”, che erano generalmente barbieri privi di qualsiasi qualifica o becchini. Lo storico forense Jurgen Thornwald ha stimato che a New York tra il 1898 e il 1915 abbiano prestato servizio come “coroner eletti” «otto impresari di pompe funebri, sette politici di professione, sei agenti immobiliari, due barbieri, un macellaio, un lattaio e due proprietari di saloon».

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