L’incredibile cena dei fisici quantistici

Tra un romanzo ed un saggio di fisica, quanti di voi – trascurando gli studiosi – sceglierebbero il secondo? Leggere di meccanica quantistica, di relatività e decadimento beta può narcotizzare se non si è addetti ai lavori, ma c’è un libro davvero piacevole che accompagna il lettore nei meandri complicati che questa materia sa elargire. L’incredibile cena dei fisici quantistici di Gabriella Greison invita a sedere accanto alle menti più brillanti del Novecento: «c’è Einstein, molto scherzoso; c’è Marie Curie, così saggia e composta; c’è Niels Bohr, che si pavoneggia davanti a tutti, ma è molto teso; c’è Arthur Compton, così modesto; c’è William Bragg, molto impertinente; c’è Irving Langmiur, mai stato così pettegolo».

È il 1927 e, dal 24 al 29 ottobre, ventinove personaggi – di cui diciassette erano o sarebbero diventati premi Nobel – prendono parte al più grande ritrovo di cervelli della storia, il V Congresso Solvay, ospiti del re e della regina di Belgio, nel Salon de la Taverne Royale di Bruxelles. Tra gli assenti, Enrico Fermi (Nobel 1938), che non venne invitato, ma non gli importò: aveva appena avuto la cattedra di Fisica a Roma e avrebbe partecipato al congresso dell’anno successivo. E Guglielmo Marconi (Nobel 1909), troppo preso dalle questioni italiane del regime: in Italia iniziava il sesto anno dell’era fascista. Dalle 19:30, portata dopo portata, assistiamo a spassosi battibecchi, a colpi di scena e pettegolezzi sugli assenti, intervallati da battute, aneddoti e curiosità che ci avvicinano alle vite di questi ospiti, fisici straordinari. E l’autrice, con una scrittura svelta e minuziosa, somministra concetti complessi di fisica quantistica che, improvvisamente, non sono più estranei; in maniera elementare spiega l’effetto fotoelettrico e l’esperimento della doppia fenditura.

La fisica dei quanti nel 1925 fu una rivoluzione che non tutti erano pronti ad accettare poiché minava le fondamenta della fisica classica, da Newton a Maxwell. Solo Albert Einstein e Niels Bohr corsero il rischio, ma i quanti furono l’unica cosa che ebbero in comune seppur con visioni diverse. La scuola di Copenaghen – quella di Bohr – basava la fisica quantistica sul concetto di probabilità che il tedesco non volle mai appoggiare. Uomini tanto diversi, che non troveranno mai un’intesa. Due fuoriclasse con due vite opposte. Borh era uno sportivo, amava il calcio, le arrampicate e le lunghe camminate. Einstein era un grande sostenitore del riposo e dell’ozio; l’unica attività che si concedeva era suonare il violino. Nel 1917 Bohr riuscì a farsi finanziare la costruzione della scuola, un edificio a tre piani, con l’affaccio sul parco e una grande sala conferenze. Al secondo piano c’era la biblioteca, gli uffici ed il laboratorio. Al terzo il fisico si trasferì con la moglie Margareth e i tre figli per stare più vicino al posto di lavoro. Einstein, di famiglia ebrea, lasciò la Germania a causa del Nazismo; nel ’44 la moglie e le figlie di suo cugino (che si suiciderà) verranno uccise come rappresaglia contro di lui dalle SS. Rinuncerà alla cittadinanza tedesca per quella statunitense e non tornerà mai più in Europa.

Anche tra Wolfang Pauli e Max Born – continuiamo a leggere – ci furono scintille. Erano persone molto diverse, sul piano scientifico e personale. Born era il classico modello del buon scienziato tedesco: sempre pronto su ogni argomento di fisica, ben vestito, mattiniero; Pauli, l’austriaco soprannominato Wolf, il lupo, non aveva riguardo di ciò che gli altri pensavano di lui, era un nottambulo e in vita sua non si era mai alzato prima di mezzogiorno. Born infatti mandava una cameriera ogni mattina per tirarlo giù dal letto (erano professori all’Università di Gottinga) e quando  andava  a trovarlo nel suo ufficio durante la notte, lo trovava il più delle volte «sul dondolo a pensare, come un Buddha in preghiera».

E così, la Greison, in maniera abile ed esperta (è lei stessa fisica) ci snocciola le vite – straordinarie, stravaganti e sfortunate – dei fisici che hanno contribuito alla storia della fisica quantistica, punteggiata da periodi difficili e fallimenti continui, assidui scompigli e nuove teorie. Nell’Introduzione, l’Aperitivo, ci confida che il racconto è farcito di dettagli veri ed inventati, ma per la descrizione dei caratteri dei vari personaggi, l’autrice si è attenuta alle loro biografie. Anche i dialoghi sono stati immaginati ma sono frutto dell’attenta lettura delle missive che regolarmente i fisici si scambiavano. La storia d’amore tra Marie Curie e Paul Langevin è vera così come il fatto che a tavola erano seduti distanti, per non creare ulteriore scandalo. Maria Skłodowska, alias Marie Curie, nata a Varsavia nel 1867, era considerata la più grande scienziata di tutti i tempi; dedicò la sua vita all’isolamento e alla concentrazione del radio e del polonio: è stata l’unica donna a vincere più di un Nobel, in due aree distinte – fisica (assieme al marito Pierre Curie e ad Antoine Henri Becquerel nel 1903) e chimica (1911). Nel 1906 morì tragicamente Pierre, travolto da una carrozza (motivo per cui non condivide con la moglie il secondo Nobel). Qualche anno più tardi partì per un congresso scientifico a Bruxelles con il collega – e amante come si scoprì poi – Paul Langevin. La moglie del fisico, irritata dal gesto eclatante, passò ad un giornale scandalistico le lettere d’amore tra i due. Venne tutto pubblicato senza censure e si arrivò perfino a duelli con la pistola perché Langevin doveva difendere il suo onore; nessuno si fece male, tranne Langevin preso a sediate dalla moglie e messo ko. La Curie morì nel 1943 di leucemia a causa delle lunghe esposizioni alle radiazioni; stessa sorte toccò a sua figlia Irène, premio Nobel per la chimica nel 1935.

Altre presenze femminili, ospiti dei reali Alberto I ed Elisabetta, furono Marion Mersereau, moglie di Langmuir (Nobel per la chimica nel 1932), Elisa Solvay, sorella del mecenate Ernest, organizzatore dei Congressi Solvay, Aletta Kaiser, moglie di Lorentz, fisico olandese, che durante la cena si prodigherà per spiegare a sua moglie i paradossi fisici e i giochi matematici, una delle passioni di questi geni, che usciranno durate il pasto.

Ma come disse una volta Niels Bohr, e Aletta può trovare una consolazione in questo – come la maggior parte di noi – : «Se non avete subito un forte shock la prima volta che vi siete avvicinati alla fisica quantistica, allora non avete capito niente».

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