Il Cucchiaino Scomparso

Se vi dicessi che ho letto Il cucchiaino scomparso pensereste ad un mistero che si svolge in una cucina o in un ristorante. Niente di più lontano dall’argomento del libro che, al contrario, tratta di chimica. Non sono autolesionista né voglio torturarmi con letture pesanti o formule che scervellano, ma appena terminate le 384 pagine (incluse le note, Adelphi edizioni) ho riflettuto che se i professori di chimica, noiosa e difficile per la maggior parte degli studenti – me compresa ai tempi del Liceo –, fossero tutti come Sam Kean, autore del libro, le lezioni sarebbero interessantissime e i ragazzi si
appassionerebbero alla materia come gli orsi col miele.

Il libro è ricco di aneddoti e storie. Alcune sono così divertenti che riderete da soli (una delle raccomandazioni che vi faccio è: attenzione a dove leggete perché sicuramente gli sconosciuti accanto a voi penseranno che il caldo vi abbia dato alla testa), altre raccontano di personaggi e scienziati incredibili e coincidenze sconcertanti; tutti partono dalla sovrana «tabella» periodica, «storia della nostra specie, scritta in maniera concisa ed elegante. […]. Noi gli elementi li mangiamo e li respiriamo; scommettiamo su di essi somme enormi; li usiamo per studiare il significato della scienza. Gli elementi ci avvicinano e sono causa di guerre. Tra l’idrogeno in cima a sinistra e gli improbabili elementi artificiali annidati nell’ultima riga, troviamo bolle, bombe, denaro, alchimie, corruzione, storia, veleni, delitti e amore». Non a caso il sottotitolo del libro è Il cucchiaino scomparso e altre storie della tavola periodica degli elementi.

Uno tra gli elementi più ricchi di folklore è l’antimonio (Sb 51). I capimastri di Nabucodonossor, il re babilonese che fece costruire i giardini pensili nel VI secolo a. C., una delle sette meraviglie del mondo antico, utilizzarono una vernice tossica a base di piombo e antimonio per dipingere di giallo le pareti del palazzo reale. Forse non è un caso che il re di lì a poco impazzì, finendo a dormire nei campi e a brucare l’erba come un bue.

Ma la storia della tavola periodica è intrecciata a quella dei tanti scienziati che hanno contribuito a darle forma.

A pagina 56, l’autore racconta di Robert Bunsen, chimico tedesco, nato a Gottinga nel 1811, che trascorse la vita a schivare pericoli e disastri assortiti. La sua passione fu l’arsenico, elemento numero 33. Sebbene allora, come oggi, si sapeva della sua reputazione come veleno, le sue proprietà chimiche erano sconosciute prima che Bunsen iniziasse a studiarlo meglio, ma non sempre lo scienziato riuscì a proteggersi dagli errori di laboratorio. Per distrazione fece esplodere una provetta piena di arsenico che quasi gli cavò un occhio, rendendolo semicieco per i successivi sessant’anni. Dopo l’incidente, pensò
che fosse cosa buona lasciar perdere i veleni per concentrarsi sugli… esplosivi. Ma del nostro eroe tedesco non voglio svelarvi nient’altro.

Ma chi fu l’inventore della tavola periodica? Dalla Germania dobbiamo spostarci in Russia, più specificatamente in Siberia, dove nel 1834 nasce Mendeleev, ultimo di quattordici figli, orfano di padre. La madre che lo reputava il figlio più sveglio, lo spinse in sella ad un cavallo per quasi duemila chilometri, attraverso le steppe innevate, alla conquista San Pietroburgo e di una vita migliore. Mendeleev fu uno studente brillante – fu allievo di Bunsen – ed ebbe l’intuizione di raggruppare tutti gli elementi finora conosciuti in un’unica tavola in base alle loro proprietà. Sembra una sciocchezza, ma l’importanza di Mendeleev nel campo della chimica è pari a quella di Darwin per l’evoluzione e di Einstein per la relatività. Per tali ragioni lo scienziato russo si attirò molte inimicizie e quando un funzionario si lamentò con lo zar perché Mendeleev risultava bigamo (secondo le usanze della Chiesa ortodossa avrebbe dovuto aspettare sette anni per risposarsi, cosa che non fece), il sovrano Alessandro III replicò: «è vero, Mendeleev ha due mogli, ma io ho un solo Mendeleev». Immaginate la faccia del funzionario.

Saltando un po’ di capitoli, arriviamo al nono, la Banda degli avvelenatori: «ITAI! ITAI!». Siamo in uno degli angoli più oscuri della tavola periodica, dove il più leggero degli elementi qui presenti è il cadmio, la cui storia è legata ad un’antica miniera del Giappone centrale, presso Kamioka. Da secoli, dalle montagne di questa zona si sono estratti oro, piombo, argento e rame, seguendo i voleri degli shogun che nel tempo si sono succeduti come padroni della terra. Quando dalle miniere si cominciò ad estrarre il cadmio, il materiale rese la zona famosa per il grido nipponico itai! Itai! (ahi! Ahi!), conseguenza dei sintomi di avvelenamento che l’elemento provocava: fortissimi dolori alle ossa, che diventavano man mano fragilissime, alle
articolazioni e problemi ai reni. Basti pensare che la memoria di quell’orrore è così ben presente tra i Giapponesi, che i creatori di Il ritorno di Godzilla hanno inventato dei missili al cadmio come l’unica arma in grado di uccidere il mostro. Ma per quanto spaventevole possa essere, il cadmio non è l’elemento più tossico; sotto di lui si trova il mercurio, alla cui destra covano i criminali avvelenatori: il tallio (elemento numero 81), il piombo (82) ed il polonio (84).

La tavola periodica però non ospita solo elementi nocivi per l’uomo; ce ne sono alcuni che nonostante siano tossici, in certe condizioni, si rivelano dei salvavita. Il gadolinio, per esempio, da sostanza del tutto inutile si è trasformata in potenziale cura per il cancro: ne facilita la diagnosi, ed è in grado di selezionare le cellule tumorali.

Un’attenta osservazione della tavola periodica ci svela il marchio dell’aristocrazia: i nomi dei primi elementi difatti ne sono una prova: il cerio, il torio, il promezio, si riferiscono alla mitologia, studiata dai figli delle classi agiate; il praseodimio (gemello verde), il molibdeno (simile al piombo) o disprosio (difficile arrivarci) tradiscono la loro origine greca o latina; i gentiluomini francesi di fine Ottocento che scoprirono nuovi elementi, nonostante il loro pungente nazionalismo, si rivolsero al latino per la scelta del nome: ecco allora la Gallia per il gallio e la Lutetia, antico nome di Parigi, per il lutezio. I nomi e i numeri atomici di tutti gli elementi della tavola periodica hanno una storia che Sam Kean sa brillantemente raccontarci all’interno dell’esperienza e della conoscenza umana. Partendo dal mercurio, il primo elemento che lo incuriosì da bambino, si appassionò agli altri elementi: «imparai molte cose: storia, etimologia, alchimia, mitologia, letteratura, medicina legale e psicologia. […]. Quella tavola, oltre ad essere un’opera scientifica e una delle maggiori conquiste intellettuali del genere umano, è un libro di racconti, e io ho scritto questo saggio per svelarne uno dopo l’altro i segreti, allo stesso modo in cui si sollevano i fogli trasparenti di un atlante di anatomia per vedere il nostro corpo a diverse profondità».

Nota: il libro di Sam Kean si ispira ad un altro libro, tutto italiano, il Sistema periodico di Primo Levi.

Acoltate The Element song by Tom Lehrer, anche Mary Poppins avrebbe difficoltà a
cantarla.

 

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