Il Tempo degli Dei

Ogni arte ha conosciuto un’epoca d’oro. Un’ epoca in cui per questioni storiche o sociali si sono create condizioni tali da permettere il proliferare di talenti e la circolazione di idee. Talenti i cui tratti peculiari, le cui fobie, le cui vite a volte assurde, li hanno strappati alla categoria del semplice artista, per consegnarli a quella definitiva di veri e propri Dei.

 

«La storia è l’essenza di molte biografie», disse una volta il filosofo scozzese Thomas Carlyle e, in un certo senso, non si sbagliava. Ci sono vite straordinarie, tragicamente brevi ed altre baciate dalla fortuna; esistenze solitarie e geniali. Altre ricche di aneddoti. Molte si incontrano, altre si ignorano. Quelle dei musicisti, ad esempio, riservano curiose sorprese.

Bach e Händel, celebri compositori del periodo barocco, entrambi tedeschi, rivali, nacquero nello stesso anno, il 1685, ma non si incontrarono mai pur abitando in due cittadine – Eisenach e Halle – a due ore di distanza l’una dall’altra. Ma c’è un episodio che li accomuna: furono operati di cataratta dallo stesso chirurgo, un certo John Taylor, sulla cui reputazione Charles de Brosses, filosofo e magistrato francese, disse: «quell’uomo, mi parve un ciarlatano», e non si sbagliava. Bach e Händel finirono i propri giorni – rispettivamente nel 1750 e nel 1759 – nella cecità assoluta.

Alzi la mano chi conosce solo Bach, chi solo Händel e chi entrambi. Credo di non sbagliare se azzardo che Bach ha la meglio sul collega Händel. Ma non è stato sempre così.
Nonostante la sua produzione prolifica – che copre tutto il campo della musica, ad eccezione dell’opera, – per i suoi conterranei, Johann Sebastian era semplicemente uno dei tanti Bach (era una famiglia numerosa), un direttore di cori a settecento talleri l’anno.
Eppure attraversò la vita con tanta serenità ed ebbe altrettanta magnanimità nel perdonare le offese: fu un indefesso lavoratore, eccellente suonatore d’arpicordo, bravo anche nel violino e nella viola. Molti storiografi di musica si meravigliano che Bach, consapevole della propria statura, abbia accettato con tanta rassegnazione l’indifferenza dei suoi contemporanei verso la sua musica, contemporanei che in verità lo chiamavano «il parruccone» perché continuava ad usare un vecchio tipo di parrucche demodé. E la sua musica era come le sue parrucche, apparteneva ad un passato al quale il pubblico voltava le spalle perché rievocava secoli di miseria. Oggi sappiamo che Bach fu il compositore che pose le fondamenta alla musica del futuro, però morì povero.

Mentre Bach si consolava con gli affetti – si sposò due volte, con sua cugina Maria Barbara Bach con la quale ebbe sette figli e tredici con Anna Magdalena Wilcke – il suo rivale Händel godeva, al contrario, di molta popolarità, facendo denaro a palate. Nel 1706 viaggiò in Italia e vi rimase fino al 1710; durante il suo soggiorno nella penisola ricordiamo un episodio che lo vede protagonista: Corelli suonava con il violino un pezzo composto da Händel, e arrivò ad una pagina scritta nella settima posizione. Rifiutò di andare così alto affermando che lo strumento non poteva produrre toni piacevoli al di là della terza posizione. Händel, che era tra il pubblico – e che non venne riconosciuto subito, – chiese a Corelli il violino e gli mostrò che invece era capacissimo di produrre piacevolissimi toni anche in settima. Non c’è dubbio che Händel avesse il suo bel caratterino! Lo dimostrò ancora una volta in Inghilterra, a Londra, dove dovette lottare per non farsi battere dalla concorrenza italiana (gli Inglesi erano appassionati della nostra musica) ed è memorabile la vittoria che riportò su uno dei suoi rivali, il Buononcini. Händel riuscì a dimostrare che il compositore modenese in un suo madrigale aveva plagiato una melodia di Antonio Lotti, l’organista di San Marco a Venezia. Incapace di discolparsi, il Buononcini abbandonò l’Inghilterra. Il lato curioso dell’episodio è che Händel stesso fu uno dei più scaltri ladri musicali e, per giunta, se ne vantava. «Perché no?», rispondeva con ingenuità, «quell’asino non sapeva come presentarli i suoi motivi, io sì». Fu, nonostante i suoi plagi ed il caratteraccio, un grande tra i grandi. Lo dimostra il fatto che sei anni dopo la sua morte, un bimbo prodigio esprimeva la speranza di poter un giorno «emulare Händel e Hasse»; quel bambino era Wolfgang Amadeus Mozart.

Tra la musica di Bach e Händel e quella di Mozart, troviamo Haydn a fare da ponte, il cui merito principale fu d’aver introdotto nella musica dell’Occidente le arie popolari croate, come, più tardi, farà Liszt con le melodie ungheresi. Passata l’infanzia in mezzo alla strada, ebbe la sua occasione quando incontrò Niccolò Porpora, compositore di varie opere – allora molto fortunate, oggi purtroppo dimenticate – che lo prese come servitore, e apprezzandone il talento, gli insegnò a comporre. Così, tra una stirata di tunica e arricciando le parrucche di Porpora, giorno dopo giorno, Haydn imparò l’arte, finché divenne maestro di cappella del principe Esterházy, al cui servizio rimase per oltre trent’anni. Il suo appellativo fu «papà Haydn», per il suo carattere gioviale, per quel sense of humour che si ritrova nelle sue opere e per l’ottimismo che lo accompagnò tutta la vita e che lo aiutò a sopportare (non potendosene sbarazzare, il divorzio ancora non esisteva) sua moglie, figlia di un barbiere viennese, gelosa, bisbetica, una sorta di Santippe. Haydn fu uno dei pochi compositori la cui musica venne «pubblicata» in tutta Europa; adesso la cosa può passare inosservata, ma veder stampati i propri pezzi doveva essere una bella soddisfazione, soprattutto perché dopo l’esecuzione gli spartiti dei musicisti venivano messi via in qualche cassetto, se non usati per accendere il fuoco. Erano per lo più pezzi composti per compiacere il principe di turno, per determinate ricorrenze, per festeggiare una solennità e via dicendo, cosicché, dopo aver assolto la sua funzione, il pezzo cessava di interessare. In vecchiaia Haydn viaggiò molto e al suo ritorno la città di Bonn lo accolse in pompa magna, facendo eseguire una cantata composta, in suo onore, da un giovane pianista, Ludwig van Beethoven. Papà Haydn lodò il pezzo ed invitò il suo autore a Vienna.

Beethoven raggiunse la capitale austriaca nel 1792 ed ebbe come insegnanti Haydn eAntonio Salieri. Fu subito considerato il fondatore della «nuova musica»: invece di tante  voci che cantavano indipendentemente l’una dall’altra, nella musica di Beethoven le voci procedevano in formazione corale (per farvela breve). Già a cinque anni era testardo come un mulo, e per tutta la vita conservò un’indipendenza di spirito che gli permise anche di non curarsi del suo alloggio, sempre in uno stato caotico: sul pianoforte, tra i manoscritti, i piatti con gli avanzi del cibo, il letto sempre sfatto, gli abiti e la biancheria alla rinfusa sull’unico divano o sparpagliati sulle sedie, spartiti altrui, sottoposti alla sua approvazione, accatastati in cima all’armadio e sepolti sotto la polvere, mai una finestra aperta perché sosteneva che l’aria fresca fosse deleteria per i suoi bronchi. Quando arrivava una fantesca, l’odierna donna delle pulizie, che qualche parente chiamava per dare una ripulita, sorprendendola a casa, le inveiva contro e la poveretta fuggiva a gambe levate. Fu il prezzo del vivere in solitudine in una soffitta al servizio dell’Arte, così diverso dal resto dell’umanità. Ma a pochi artisti il destino ha riservato vicissitudini così amare come quelle che esacerbarono questo «barbaro del settentrione», dalla fronte sempre aggrottata, la zazzera scarmigliata, dai modi da contadino e dall’anima sensibile come quella dei bambini, e al cui genio dobbiamo una musica di così ampio afflato che il nostro mondo piccino sembra perdervisi dentro, riuscendone rigenerato e rinvigorito. I suoi numerosi fratelli e sorelle gli causarono solo grane e fastidi. Anche sentimentalmente. Non perché venne respinto come ipotetico marito, ma gli eventuali suoceri si rifiutarono sempre di dare la loro figlia in moglie ad un uomo con una parentela così terribile: incessanti litigi
giudiziari con le cognate e continue querele con le sorelle.

È poi superfluo ricordare che negli ultimi dodici anni della sua vita Beethoven fu sordo come un muro. Fin dal 1800 si era accorto di perdere l’udito; dai trent’anni in poi, fu molestato dai vari piccoli malanni sulla cui diagnosi i medici non concordarono mai. Si ribellò a quell’invalidità che per un musicista è la più disastrosa di tutte, e solo nel 1822 – dopo l’incidente che si verificò quando dirigeva l’ultima rappresentazione di prova del Fidelio, e l’orchestra ed il pubblico si accorsero che non si rendeva conto di come procedeva il canto – si astenne dal presenziare alle rappresentazioni dei suoi lavori. Data l’ombrosità del suo carattere, fu naturale che la sordità lo spinse ad evitare la compagnia del prossimo, sebbene fosse, di istinto, socievolissimo. L’unico mezzo di comunicazione con l’esterno, furono i migliaia di foglietti – il primo è datato 1816 – che contengono le conversazioni di Beethoven: domande e risposte scarabocchiate su un taccuino con la mano nervosa dell’uomo che è costantemente irritato per essere escluso dalla società. Morì nel 1827 e per undici anni visse in un perpetuo silenzio. Ma da quel silenzio scaturirono melodie che il mondo non aveva mai udito. Come tutti i contemporanei, si interessò vivamente all’evoluzione della politica, ma il naufragio degli ideali della Rivoluzione Francese lo delusero. Fosse stato un essere volgare, Beethoven sarebbe diventato un cinico, invece lottò, sempre. Si rifiutò di arrendersi, in tutti i campi. Forte di un impavido
coraggio, diede all’Europa tutta il segnale della riscossa, ed in termini inequivocabili riaffermò la sua fede nella vittoria definitiva dell’umanità. Fu così che ci regalò la Nona Sinfonia.

Il destino non bussa più alla porta, come nella Quinta. Il maestro non si interessa più al fato del suo eroe, come nell’Eroica. La sua mente non percepisce più le bellezze della natura, come nella Pastorale. Non c’è più l’apoteosi della danza, come nella Settima. Tutti temi che si lascia alle spalle. Da quel versatilissimo manipolatore di effetti orchestrali che è, nella Nona Sinfonia, Beethoven fa ritorno al più antico di tutti gli strumenti, la voce umana, per dare espressione alla sua incrollabile fede in quella libertà dello spirito che fu per tutta la vita il suo più ambito possesso.

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