Breve vita di un genio sfortunato

Nel 1762, Leopold programmò il primo giro artistico di suo figlio a Vienna, sede della monarchia asburgica. Sei anni il bambino e undici la sorella Nännerl che li accompagnava.

Davanti ad uno stupefatto Imperatore Francesco I, il talento si esibì con la spensieratezza tipica della sua età, si alzò dallo sgabello e corse da Maria Teresa d’Austria, le si rannicchiò in grembo dicendole «vivete in una casa magnifica».
Poi incontrò una bambina, figlia della coppia imperiale, con cui giocò e si divertì e che gli insegnò a scivolare senza cadere su quei marmi che ricoprivano il pavimento del palazzo.
Sembra la prese per mano «Come sei carina! Quando sarò grande, ti sposerò», le disse.
Lui era Wolfang Amadeus Mozart, incarnazione del concetto moderno di genio, e lei Maria Antonietta d’Asburgo, futura Imperatrice di Francia passata alla storia per la sua tragica morte e per una frase attribuitale – «Se non hanno più pane, che mangino brioche» -, ma mai pronunciata.

Ovviamente non si sposeranno e le loro vite, purtroppo, saranno tutto fuorché lunghe e felici.

Dopo Vienna, seguirono altre esibizioni, ma oltre all’ammirazione ed ai trionfi che la famiglia conseguì in tutte le corti e ambasciate europee, gli incassi erano sempre magri: una particolarità che accompagnò il compositore fino alla fine dei suoi giorni. Per la terza spedizione all’estero (1770), Leopoldo Mozart scelse l’Italia: arrivarono a Roma dove Mozart dopo aver ascoltato nella Cappella Sistina il Miserere di Vittorio Allegri, il cui spartito non era mai stato pubblicato, riscrisse a memoria il pezzo intero. Dalla Città Eterna i Mozart si trasferirono a Bologna e, successivamente, a Milano dove Wolfgang ottenne l’incarico di comporre una serenata per le nozze dell’Arciduca Ferdinando. Tornati
a Salisburgo, la città non era più quella che avevano lasciato anni prima: il vecchio Principe Arcivescovo era morto, ed il suo successore era un parruccone che detestava la musica e che trattò Mozart come un lacchè. Quando il compositore sollecitò l’autorizzazione di recarsi all’estero per un’altra tournée, il Principe Arcivescovo gli mandò a dire, seccato, che non gradiva che i suoi sudditi andassero in giro a mendicare. Mozart si indignò e rassegnò le dimissioni dalla carica onoraria di maestro di cappella. Fu accusato di ingratitudine e da qual giorno il Principe Arcivescovo fece tutto quello che poté per rendergli amara la vita.
Lasciò che il giovane partisse con sua madre per Parigi, ma trattenne il vecchio Mozart
quasi come un ostaggio.

Nella capitale francese il ventunenne Amadeus si innamorò perdutamente di una ragazza tedesca, Aloisia Weber ma finì per sposare una delle sue sorelle, Costanza (vi consiglio Il matrimonio delle sorelle Weber di Stephanie Cowell se volete approfondire la storia) che, come lui, non aveva idea di come si amministrasse una casa: era sempre in arretrato col panettiere, col droghiere, e col fabbricante di candele (Mozart prese l’abitudine di lavorare anche di notte).

Lavorava, scriveva, suonava e provava diciotto ore al giorno. Cosa guadagnò? Una tomba tra i poveri. Era amato ed ammirato da tutti, tutti gli promettevano che avrebbero fatto qualcosa, ma nessuno fece mai niente, tranne Papà Haydn. Nel 1789 Mozart andò a Berlino col Principe Lichnowski. Il Re di Prussia lo nominò direttore della propria orchestra, assegnandogli un lauto stipendio. La fortuna girava finalmente dalla sua parte, ma la lasciò fuggire. Quando, infatti, l’Imperatore seppe la notizia, gli scrisse da Vienna: «Mio caro Mozart, è possibile che il mio caro Mozart mediti di lasciarmi?». Commosso da tanta gentilezza, il compositore partì da Berlino per tornare a Vienna, ma all’ammirazione dell’Imperatore e al lavoro che gli venne offerto non corrispose nemmeno lontanamente un equo guadagno. I suoi connazionali non lo amavano, continuavano ad essere affascinati dalle manovre architettate dai fautori della musica italiana, capitanati dal maestro Salieri, che nutriva profondo astio verso il suo giovane rivale (la leggenda dell’avvelenamento di Mozart da parte dell’invidioso Salieri fu il soggetto di Mozart e Salieri, opera di Aleksandr Sergeevič Puškin). Gli altri compositori, i mediocri, invidiavano e temevano la sua produttività: opere e sinfonie (più di quaranta), concerti per violino e pianoforte, per clavicembalo, musica sacra, duetti, trii, quartetti e quintetti. Poi arrivò l’anno della fine.

Un nobile ambizioso, si dice il Conte Franz Graf von Walsegg, che si dilettava con la musica ma con scarsi risultati, commissionò a Mozart un requiem che voleva spacciare per suo, per pura vanagloria, ed offrì al compositore una cospicua somma di denaro. Mozart già malato a causa dell’eccesso di fatica e lavoro a cui si sottoponeva, accettò l’incarico, con l’idea fissa che il servitore che andava a sollecitarlo da parte dell’ignoto committente fosse un messaggero mandato dal Cielo per ammonirlo della sua prossima fine. Spirò il 5 dicembre del 1791. Il giorno del funerale pioveva tanto ed i pochi amici al seguito del modesto feretro si fermarono alle porte della città e fecero subito ritorno alle loro case.
Solo Salieri ed il cane del compositore ne videro calare la salma in una fossa comune, destinata ai poveri (in realtà un decreto dell’imperatore Giuseppe II stabiliva che, per evitare spese superflue di stoffa e legno, le bare venissero dichiarate riutilizzabili e tutti i cadaveri – tranne quelli di alcune ricche eminenze – dovessero essere ammonticchiati in fosse comuni, senza lapidi). Quando pochi giorni dopo, Costanza andò al cimitero per pregare sulla tomba del marito, nessuno seppe indicargliela. Le ci vollero diciassette annper verificare dove fosse stato sepolto il suo amato Wolfang. Oggi, al Morzarteum di Salisburgo, si trova, mancante di mandibola, il cranio del grande compositore.

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