Odd Type Writers – Le strane abitudini degli scrittori

Celia Blue Johnson, saggista americana contemporanea, è l’autrice di Odd Type Writers, una godibilissima lettura sulle stravaganti abitudini di scrittori famosi alle prese con le loro opere. L’idea del libro – come racconta la sua ideatrice nell’Introduzione – le venne durante un pomeriggio invernale quando, per sfuggire al freddo newyorkese, trovò rifugio all’interno di Chumley’s, un pub del 1922, situato nel West Village, luogo di ritrovo di famosi scrittori, poeti, drammaturghi, giornalisti e dei «ribelli» della Beat Generation del 1950. All’interno, le pareti sono coperte dalle fotografie degli autori che negli anni hanno frequentato il pub. Centinaia le copertine dei romanzi che corrono attraverso il Chumley’s sotto i ritratti dei loro autori: F. Scott Fitzgerald, John Steinbeck, J. D. Salinger, Edna St. Vincent Millay, sono solo alcune delle leggende letterarie che sedevano ai tavoli di legno del locale, conversando e bevendo. Ed è guardando proprio quelle foto in bianco e nero che Celia Blue Johnson ha sentito la necessità di sapere se le opere di tutti questi scrittori presero vita «con la macchina da scrivere, con la penna o la matita? Scrivania, poltrona o divano? O forse con una finestra aperta in modo che l’aria fresca potesse penetrare nella stanza?». Di seguito qualche curiosità in pillole.

Di notte. Friedrich Schiller, Tom Wolfe, Robert Frost amavano scrivere di notte. Anche Fëdor Dostoevskij: di giorno studiava all’istituto di Ingegneria a San Pietroburgo, ma è durante la notte che rannicchiato sotto le coperte diede vita ai suoi capolavori. Nel settembre del 1912, Franz Kafka scrisse il racconto La condanna, in un baleno, dalle 22 alle 6 della mattina dopo. 

Tazze di caffè. Balzac aveva vent’anni quando iniziò a scrivere seriamente, mettendo da parte – con il disappunto del padre – una brillante carriera da avvocato. Si trasferì in un modesto appartamento vicino a Place de la Bastille, dedicando tutto il suo tempo alla scrittura ed iniziando ad apprezzare il caffè. La bevanda, infatti, era l’unica cosa che il francese poteva offrire ai suoi ospiti. Nell’ottobre del 1819, scrisse a sua sorella: «Quando verrai a trovarmi, ti potrai scaldare al mio fuoco, potrai bere il mio caffè e mangiare le mie uova strapazzate per le quali dovrai portarti un piatto da casa». Arrivò a bere fino a cinquanta tazze di caffè al giorno; le miscele turche erano le sue preferite, e con gli anni sviluppò un suo metodo per preparare il caffè assicurandosi che avesse un effetto potente. Dedusse che meno acqua e una macinatura più fine si traducevano in una bevanda estremamente forte. Il consumo del caffè lo rendeva brusco ed irascibile, ma Balzac non poteva farne a meno, giustificandosi: «(il caffè) dà la capacità di impegnarci un po’ di più nell’esercizio del nostro intelletto». E, tazza dopo tazza, scrisse La Commedia Umana, un’epica collezione di romanzi, racconti, saggi. Inoltre, Balzac era solito indossare un costume singolare: la veste di un monaco. Il lungo tessuto bianco era foderato di seta e tenuto da un cingolo coordinato ed un berretto nero completava l’outfit del prolifico e tarchiato scrittore. 

Tazze di tè. In un’intervista per il Paris Review, Simone de Beauvoir confessò che non era una gran mattiniera: «In generale, non mi piace iniziare la giornata». Una tazza di tè l’aiutava a trascinarsi dal letto alla scrivania, e dopo aver consumato la bevanda calda, era pronta per recarsi a lavoro, solitamente intorno alle 10. 

«Non esiste una tazza di tè abbastanza grande o un libro abbastanza lungo da soddisfarmi», disse C.S. Lewis una volta al suo amico Walter Hooper. Per il papà di Alice nel paese delle meraviglie, il tè era un compagno letterato perfetto, da goderne in solitudine mentre leggeva o scriveva. 

Samuel Johnson, fiero sostenitore della bevanda, sorseggiava il suo tè a tutte le ore del giorno. Descrisse se stesso come «un bevitore di tè incallito e spudorato, che per vent’anni ha diluito i suoi pasti con solo l’infuso di questa affascinante pianta; il cui bollitore ha poco tempo per rinfrescarsi; chi con il tè diverte la sera, con il tè conforta la mezzanotte, e con il tè dà il benvenuto al mattino».

Amanti del blu. Alexandre Dumas, padre, uscì da un’altra cartoleria a mani vuote. Con suo sgomento, nessuno a Tbilisi vendeva carta blu di cui aveva disperatamente bisogno. Aveva pensato di viaggiare attraverso l’Europa dell’Est iniziando proprio dalla capitale della Georgia, ma a quel punto del suo itinerario era rimasto senza la sua preziosa scorta di carta blu e dovette accontentarsi di uno sbiadito color crema. Anche l’inchiostro blu era il suo preferito; lo scrittore aveva selezionato tre colori come sfondo su cui scrivere, la poesia sul giallo, gli articoli sul rosa ed i romanzi sul blu. Scriveva per sedici ore consecutive ed il suo processo creativo aveva un metodo, come se fosse la ricetta di un cuoco: «per prima cosa occorre carta blu, penne ed inchiostro, un tavolo né troppo alto né troppo basso. Sedersi a riflettere per un’ora, scrivere il titolo e subito dopo, il primo capitolo». Nello spazio di dieci anni, scrisse settanta romanzi, opere teatrali e drammi storici, fino a raggiungere poco prima della sua morte nel 1870, un conteggio di oltre trecento opere. 

Dare i numeri. Isaac Asimov batteva una novantina, e talvolta anche cento, parole al minuto; con tale velocità arrivò a produrne fino a quattromila in un solo giorno.

Raymond Chandler non aveva una quota giornaliera regolare, ma poteva arrivare a scrivere cinquemila parole al dì: «più velocemente scrivo, e migliore è la riuscita. Se vado piano, sono nei guai. Significa che sto spingendo le parole invece di essere tirato da loro». 

Anthony Trollope era maniacalmente disciplinato. La sua giornata iniziava con una tazza di caffè alle 5:30 del mattino. Lavorava per tre ore consecutive, buttando giù nuove idee e rileggendo le bozze. Mentre scriveva, Trollope era capace di produrre 250 parole ogni quindici minuti; mantenne costante questa velocità registrando il tempo e la sua produzione con un orologio. 

Stephen King scrive duemila parole al giorno e finché non raggiunge la cifra stabilita non si alza dalla scrivania. Una manciata di scrittori occupa la fascia bassa dello spettro numerico citato: una volta, dopo un’intera giornata di lavoro, James Joyce annunciò con orgoglio che aveva completato due frasi. Dorothy Parker revisionò così tanto i suoi lavori che seguì una direzione opposta rispetto ai colleghi capaci di buttare giù migliaia di parole. Notò: «non riesco a scrivere cinque parole, ma in compenso ne cambio sette». L’americano James Thurber, amico della Parker, riscrisse The Train on Track Six quindici volte e di tutte le parole che componevano le sue bozze, solo una dodicesima parte arrivò alla storia finale.

Segregati in casa. Per dare luce al romanzo Notre-Dame de Paris il ventottenne Victor Hugo si tappò in casa per mesi. Era l’estate del 1830 e lo scrittore viveva in un’abitazione, al pian terreno, su una strada disabitata vicino agli Champs-Élysées. Si impose di terminare il romanzo per fine anno, e prese tutte le misure necessarie per assicurarsi la reclusione forzata: si procurò una bottiglia di inchiostro, chiuse a chiave tutti i suoi vestiti per evitare la tentazione di uscire, rimanendo senza niente addosso, tranne coprirsi con un grande scialle grigio, la sua uniforme per parecchi mesi. L’unico ponte con il mondo esterno fu la finestra della sua camera che lasciò aperta sempre, anche durante l’inverno rigido e dalla quale poté ammirare, nei primi giorni del gennaio 1831, l’aurora boreale, luccicante nel cielo notturno. Una settimana dopo aveva terminato il romanzo e sebbene volesse intitolarlo Che cosa è uscito fuori da una bottiglia di inchiostro (che aveva consumato tutta), scelse alla fine il titolo con cui oggi l’opera è famosa.  

Camminare è creare. Nel saggio Walking Tours, Robert Louis Stevenson loda le virtù di una lunga passeggiata che, a suo avviso, è fonte di ispirazione: «Chi cammina veloce, con lo sguardo acuto negli occhi, concentra i propri pensieri. È al suo telaio, tessendo e tessendo, per fissare il paesaggio con le parole». Nell’agosto del 1876, due anni dopo la pubblicazione del saggio, lo scrittore intraprese un’escursione attraverso la catena montuosa delle Cevenne, nella Francia meridionale. Percorse più di 120 miglia (193 km) in dodici giorni, con un asino testardo, chiamato Modestine, come suo unico compagno, e da questa esperienza ne ricavò Viaggio nelle Cévennes in compagnia di un asino.

 Henry David Thoreau descrive il camminare come una nobile arte che poche persone hanno imparato a fare. L’autore di Walden, ovvero La vita nei boschi, era un ammiratore di Wordsworth che era, a sua volta, un accanito camminatore e molti dei suoi versi furono composti infatti durante le lunghe camminate nella regione di Lake District in compagnia di sua moglie.

E ancora, Aldous Huxley che era solito camminare per ore durante la notte, e Charles Dickens che trottava per le strade di Londra dando l’idea che fosse sempre in ritardo ad un appuntamento. «Se non potessi camminare velocemente e lontano, dovrei semplicemente esplodere e morire», scrisse l’autore di Le avventure di Oliver Twist all’amico John Forster. In città o in campagna, Virginia Woolf amava le lunghe passeggiate, ed il 2 novembre del 1932 leggiamo sul suo diario: «Sono stata in una tale foschia&sogno&ebbrezza, declamando frasi, vedendo scene, mentre cammino su Southampton Row». 

Curiosità veloci. Gertrude Stein e Vladimir Nabokov erano soliti scrivere stando in macchina; Sir Walter Scott compose il poema Marmion a cavallo, mentre attraversava le colline che circondavano il villaggio di Lasswade, non lontano da Edimburgo. John le Carré approfittava dei novanta minuti di treno dal Buckinghamshire a Londra per scrivere: è in questa tratta ferroviaria il suo debutto come romanziere con Chiamata per il morto (1961), mentre Joseph Heller preferì l’autobus: «L’ultima riga del romanzo Comma-22 mi venne sul bus». Margaret Atwood preferisce avere la testa tra le nuvole e scrivere sull’aereo. 

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