Boy Wonder compie 80 anni: le tante sfumature di Robin

Ottant’anni fa, Robin – forse la spalla più iconica di tutti i tempi, il «boy wonder» (ragazzo prodigio), presenza allegra di un angustiato Batman – irruppe sulla scena, letteralmente, sulla copertina di Detective Comics # 38 nel 1940.
Il primo personaggio a diventare Robin è stato Dick Grayson con i suoi giochi di parole senza fine e le continue esclamazioni di “Holy …!”, con l’inconfondibile trio di colori rosso, verde e giallo, un costume squamoso e stivali da folletto che non tradivano la sua qualità più grande: l’audacia. Il suo successore, Jason Todd, portò un vantaggio a Robin quando prese il potere nel 1983: apertamente ribelle contro Batman, divenne il primo Robin a morire sul posto di lavoro, ucciso dal Joker.


La terza incarnazione di Robin, Tim Drake, ha accompagnato il personaggio negli anni ‘90, con una nuova e ardita R sul petto, abilità da hacker e, finalmente, i pantaloni; Drake era diventato così popolare che la DC Comics decise di realizzare una serie con Robin protagonista. Nel 2006, il quarto e attuale Robin, Damian, capovolge le dinamiche ed il rapporto con Batman: non è un pupillo di Bruce da proteggere, Damian è suo figlio, avuto con Talia al Ghul e le cose si complicano. A causa del suo comportamento violento – Damian lascerà in fin di vita Tim Drake, verso il quale nutre una profonda gelosia, perché entrambi godono dell’affetto di suo padre Bruce – verrà allontanato e riportato da sua madre. Morirà in seguito, ma come
tanti supereroi, sarà risuscitato.


Ma ci sono altri due Robin, le cui vite ed eredità sono state in gran parte dimenticate o ignorate: le «the girl wonders», Carrie Kelley e Stephanie Brown.
Carrie fa la sua comparsa come Robin in The Dark Knight Returns, nel 1986,
considerato il fumetto su Batman più influente ed iconico della saga, reso inarrivabile nella trasposizione cinematografica di Christopher Nolan. In questa serie l’uomo pipistrello è brutale, duro, combatte Superman in un ingombrante esoscheletro e guida una Batmobile simile a un carro armato. Nonostante la notorietà dei nuovi episodi, un elemento del fumetto ebbe un impatto poco influente: la prima Robin femmina. Se in qualche modo Carrie è simile agli altri Robin: indossa la stessa tuta, gli stivali da folletto e, a 13 anni, è acuta quanto spiritosa, se ne differenzia notevolmente: è un’adolescente tosta, dai capelli rossi – non un ragazzo con la chioma nera e gli occhi blu – ed ha paura. Nella scena della Batcaverna, quando viene a
sapere della morte di Jason, suo predecessore, morto nel ruolo di Robin, fissandone la bara commemorativa è spaventata, ma non scoraggiata. Purtroppo, dopo The Dark Knight Returns, Carrie Kelley cadrà nel dimenticatoio.
Solo nel 2004 apparirà la seconda Robin donna. Stephanie Brown è un personaggio secondario nella serie fumettistica su Robin, interpretato da Tim Drake, di cui è innamorata. Quando il ragazzo esce di scena, Stephanie si offre di prendere il suo posto e Batman accetta, ma dopo aver disobbedito ai suoi ordini sarà licenziata dal ruolo di “spalla”, anche se va riconosciuto che il non rispettare le regole è un tratto distintivo del personaggio Robin. Stephanie Brown ha vita breve: nel crossover War Games, sempre del 2004, la ragazza viene catturata e uccisa da Black Mask. Non avrà un memoriale come Jason Todd, forse perché, quattro anni dopo, nel 2008, i lettori scopriranno che Stephanie aveva simulato la sua morte. Sarà lo stesso Batman a spiegarlo a Tim quando rivendicherà il mantello di Robin. La scelta di War Games di non dedicare alla donna una cerimonia commemorativa non entusiasmò né i fan né tantomeno un contrariato Drake.


Il motivo per cui non abbiamo avuto più Robin al femminile è l’estremità di un problema molto più ampio. Degli 11 scrittori resi noti per aver contribuito al numero speciale dedicato all’anniversario di Robin, solo due sono donne: Devin Grayson e Amy Wolfram. La DC ha festeggiato gli 80 anni di Batman l’anno scorso, ma nessuna donna dall’inizio delle avventure dell’uomo pipistrello è stata al timone della Detective Comics, nessuna – se non si considerano Nightwing e Gotham Knights, nate dalla matita della Grayson – ha mai scritto una serie su Batman. Le autrici sono limitate a scrivere le avventure di sole eroine: Batgirl, Catwoman e… Batwoman. Del
resto, quando Stephanie, un attimo prima di morire, chiederà a Batman «C’è stato qualcosa di reale? Sono mai stata davvero Robin?» e l’eroe risponderà di sì, «Certo che lo sei stata», la smentita arriverà nel 2007 quando all’allora direttore esecutivo della DC, Dan DiDio, gli venne posta la stessa domanda, lui rispose «Non è mai stata davvero una Robin».
La violenza contro le donne nei fumetti è prominente. Nel 1999, la futura scrittrice della DC Comics Gail Simone, insieme ad altre fan femministe, compilò una lista online, Women in Refrigerators (Donne nel frigorifero), che indicava un cliché fumettistico legato al destino di Alexandra DeWitt, fidanzata di Lanterna Verde, assassinata e messa all’interno di un frigorifero. L’espediente narrativo consiste nell’utilizzo della morte – e non solo, ci sono anche le torturate, le mutilate e le ferite di un personaggio femminile al solo scopo di spingere alla vendetta l’eroe di sesso maschile, protagonista della storia. Infatti i fumetti di Batman sono particolarmente
famosi per aver incastrato Barbara Gordon in The Killing Joke (1988) di Alan Moore. Barbara viene colpita e paralizzata dalla vita in giù dal Joker con l’unico scopo di tormentare suo padre, il commissario Gordon e, ovviamente, Batman. Il fumetto non esplora l’impatto che la scelta ebbe su Barbara e le lettrici/fan del personaggio.
Quando Moore chiese ai suoi redattori se fosse giusto paralizzare Barbara, l’editore Len Wein riferì cinico: «Sì, ok, paralizza la cagna».

Tornando a Robin, far parte di una storia che dura da 80 anni, essere scelto e addestrato da Batman, personaggio indiscutibile della cultura pop, e diventare immediatamente riconoscibile a pieno titolo… pochi personaggi si avvicinano all’eredità di Robin. Pochi supereroi hanno così tanto potenziale per essere anche i più inclusivi, dal momento che pochissimi mantelli vengono tramandati altrettanto spesso. E sebbene Robin rimanga «maschio», non è detto che ad indossare il costume rosso, verde e giallo non sarà una ragazza che reclamerà il suo spazio oltre al mantello, magari si sarà liberata da sola e sarà uscita da quel frigorifero, dove l’hanno chiusa, per iniziare a spaccare le facce. Indosserà il costume e sarà Robin.

Forse un giorno. Fino ad allora, la aspetteremo.

*Articolo rivisitato apparso sulle pagine di The Guardian del 18 marzo 2020

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