Pagine perdute

Il 23 aprile sarà la tua giornata (mondiale). È da più di un mese che ci tieni compagnia durante le nostre giornate casalinghe di quarantena e così, con queste poche righe ti voglio ringraziare, come si ringrazia un vecchio amico che corre in nostro aiuto senza che gli si chieda. Perché è grazie a te, libro, che viaggiamo in tutto il mondo e viviamo tante vite quante quelle dei personaggi che incontriamo tra le tue pagine. Grazie a te, restiamo giovani o torniamo bambini. Grazie a te ci sentiamo italiani, europei, cittadini del mondo, perché la letteratura, in qualsiasi forma si manifesti, è universale ed appartiene all’umanità tutta. Grazie, perché ci incoraggi al cambiamento, anche se non risparmia sofferenza. Grazie libro perché «La parola scritta è la grande depositaria dei sogni» (Luis Sepùlveda).

Era il 213 a.C. circa quando l’imperatore cinese Qin Shin Huang – il sovrano che commissionò l’imponente esercito di terracotta – pensò, ossessionato dalla mania di grandezza, che se avesse bruciato tutti i documenti del suo regno, inclusi i libri, la storia sarebbe iniziata con lui. Gli intellettuali confuciani che si opposero a quella pazzia, vennero sepolti vivi. 

Aulo Cremuzio Cordo, storico romano, fu autore degli Annales, un’opera che ripercorreva la storia delle guerre civili fino ad Augusto, e nella quale le figure di Bruto e Cassio, assassini di Cesare, venivano lodati. Accusato di non aver mostrato il giusto rispetto nei confronti dell’ordine imperiale, si lasciò morire di fame (25 d.C.) dopo che il Senato dette ordine di bruciare tutti i libri che contenevano la sua opera. Fortunatamente, gli Annales vennero ripubblicati, anche se oggi ne restano pochi frammenti. 

Quando nel 1258 i Mongoli, guidati dal condottiero Hulagu Khan, assediarono Baghdad, la loro furia non risparmiò neppure la Bayt al-Hikma, la fornitissima biblioteca della città. Si dice, infatti, che oltre al sangue delle numerose vittime, le acque del Tigri si tinsero di nero per l’inchiostro dei numerosi volumi che vennero distrutti. 

A Londra, il romanzo l’Escole des Filles (La scuola delle giovani), le cui copie si diffusero rapidamente in tutta Europa, venne proibito – perché ritenuto insolente, al limite del pornografico – e, conseguentemente, bruciato. Siamo nel 1667 e lo scrittore Samuel Pepys, sebbene disapprovi l’opera, non resiste alla tentazione, ne compra una copia clandestina e legge il romanzo tutto in una notte. La mattina seguente, Pepys brucerà il volume, annotando su suo diario: «Sono stato allo Strand, dal mio libraio, e ho comprato quel libro inutile e malizioso che è l’Escholle des Filles; l’ho comprato in brossura (evitando di prenderlo con una rilegatura migliore) perché sono intenzionato, non appena l’avrò letto, a bruciarlo, in modo che non stia nell’elenco dei libri, non fra essi, per gettarvi discredito se venisse trovato»

Già un secolo prima, dall’altra parte del mondo, il vescovo spagnolo Diego de Landa annientava la cultura maya per evangelizzarla: idoli di diverse forme e dimensioni, altari di pietra, terrecotte e codici di geroglifici vennero distrutti, ed il fuoco non risparmiò nemmeno i testi scritti in lingua maya, «in essi non v’è cosa che non sia corrotta da superstizione e falsità diabolica, bruciamoli indistintamente!», sembra abbia esclamato il vescovo spagnolo mentre le fiamme divoravano senza pietà tonnellate di libri. 

Ma il rogo più famoso della storia è quello datato 10 maggio 1933. Nella Germania nazista diversi Bücherverbrennungen, roghi di libri, ne incenerirono decine di migliaia, dalle opere di Sigmund Freud a quelle di Jack London, Ernest Hemingway, Herbert George Wells, indicate come «influenze straniere corrotte». Il rogo più grande fu quello nella piazza Bebelplatz (in origine Opernplatz) di Berlino, giustificato dalle parole di Goebbels: «E quindi, a mezzanotte, giungerà l’ora di impegnarsi per eliminare con le fiamme lo spirito maligno del passato». In una teatrale parata di fiaccole, organizzata dalle associazioni studentesche, vennero dati alle fiamme gli scritti di scienziati antinazisti, fra i quali Albert Einstein, oltre a quelli di scrittori ebrei, come Franz Werfel, Max Brod e Stefan Zweig che nel 1939 lascerà l’Europa, sapendo che non vi avrebbe più messo piede. I roghi, divenuti uno dei simboli della barbarie nazista, sono ricordati dall’opera dell’artista israeliano Micha Ullman: un pannello luminoso inserito sulla superficie della strada lascia intravedere una camera piena di scaffali vuoti. Accanto una targa con la citazione di Heinrich Heine presa dall’Almansor, tragedia che scrisse nel 1821: «Là dove si bruciano i libri si finisce per bruciare anche gli uomini». Eco di una profezia che annunciava tutto l’orrore che sarebbe seguito. 

Anche la «democratica» America ha i suoi roghi di libri: il baffuto ispettore postale degli Stati Uniti, nonché segretario della «Società di New York per la Soppressione del Vizio» (The New York Society for the Suppression of Vice), Anthony Comstock, portò il suo puritanesimo all’estremo, bruciando quantità illimitate di libri, opere artistiche e fotografie, da ispirare le «Leggi Comstock» secondo le quali si impediva all’ufficio postale americano di distribuire materiale ritenuto offensivo. A partire dal 1873, anno della fondazione della Società, tonnellate di libri vennero date alle fiamme, perché reputati «istigatori di bordelli», indicandoli come pornografici e dannosi per una società moralista.

I libri rappresentano il pensiero nuovo, le idee rivoluzionarie, e le idee se sono pericolose vanno distrutte. Quando gli islamisti di al-Qaida entrarono nella città di Timbuktu, nel 2012, tra i loro obiettivi c’erano manoscritti inestimabili, che dovevano essere assolutamente bruciati. La perdita di tale ricchezza sarebbe stata maggiore se Abdel Kader Haidara, bibliotecario maliano, non avesse rischiato la vita per proteggere le opere medievali, trasportandole, insieme ad altri colleghi, in luoghi sicuri sul dorso di asini. Vennero distrutti 4mila testi antichi a fronte dei circa 350mila tratti in salvo. Una vittoria non da poco nella lunga storia dei libri minacciati da aspiranti incendiari, e relativamente rara se si considerano i roghi di Mao Zedong voluti dalla sua «Rivoluzione culturale», una beffa crudele già nella definizione, una rivoluzione che di culturale non aveva niente. Sotto Mao scomparve un inestimabile patrimonio culturale cinese, inclusi migliaia di antichi monumenti, ritenuti retaggio della «borghesia», e vennero imprigionati e messi a morte un gran numero di dissidenti, la maggior parte dei quali intellettuali. 

Un anno fa, a Koszalin, città a nord della Polonia, un gruppo di sacerdoti cattolici della chiesa evangelica, durante una funzione religiosa, ha dato alle fiamme libri considerati «blasfemi», tra cui anche i volumi della saga di Harry Potter, ritenuti pericolosi a causa della magia e dei riti pagani contenuti nelle storie del maghetto di J.K Rowling.

La scrittrice Barbara Tuchman, autrice di The Book, durante il suo discorso alla Library of Congress a Washington, nel 1980, disse che «i libri sono portatori di civiltà. Senza libri, la storia è silenziosa, la letteratura muta, la scienza storpia, il pensiero e la speculazione a un punto morto. Senza libri, lo sviluppo della civiltà sarebbe stato impossibile».

Il libro, simbolo di scienza e saggezza, è anche il simbolo dell’universo, come scrive Muhiddin Ibn Al-Arabi, filosofo arabo e autore di ottocento opere: «L’Universo è un immenso libro». E se così fosse, l’espressione Liber Mundi che appartiene ai Rosacroce ne incarna il messaggio divino. Guai ai distruttori di libri! D’altronde già i Libri sibillini venivano consultati dai Romani per trovare risposte divine ad eventi eccezionali. In Egitto il Libro dei Morti è una raccolta di formule sacre che accompagnavano il defunto nel suo viaggio verso la Duat, l’aldilà, recitate e poste nella tomba del deceduto per implorare gli dei di favorirne la traversata degli Inferi e l’arrivo alla luce del sole eterno.

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