Tobias Smollett, Grand Tour col broncio

Le Travel Letters di Tobias Smollett (1721-1771) sono atipiche nel vasto panorama delle produzioni dei grandi viaggiatori del Grand Tour. Il viaggio che lo scrittore scozzese intraprese con sua moglie – la creola Ann Lascelles, figlia di un ricco proprietario terriero giamaicano, che lo scrittore incontrò durante il suo viaggio nelle Indie Occidentali – nel 1763, infatti, non fu progettato per puro piacere. Fu piuttosto una sorta di fuga dopo la morte di sua figlia, un allontanamento dal dolore che tale perdita gli aveva procurato e, inoltre, una possibile soluzione all’affezione polmonare di cui soffriva da tempo.
Da Londra raggiunge Dover, passando da Canterbury per arrivare in Francia, a Boulogne; prosegue il suo tragitto percorrendo la via Romea, sostando ad Amiens, Parigi, Digione, Lione e Montpellier. Una volta a Nizza, nel novembre del 1763, decide di proseguire per il resto della penisola, l’Italia, (lettere XXV-XXXV) spingendosi fino a Roma. Sosta, inoltre, nelle città di Genova, Pisa e Firenze descrivendole con dovizia di particolari.


“I pochi giorni trascorsi a Genova sono stati impiegati tutti nella visita dei palazzi e delle chiese più importanti. In alcune, in particolare quella dell’Annunciata, ho trovato una profusione di ornamenti, che aveva più magnificenza che gusto. C’è un gran numero di immagini, ma pochissimi i pezzi di valore. […]. Avevo sentito parlare molto del ponte Carignano, che non ha soddisfatto le mie aspettative. Non c’è nulla di curioso, né tantomeno notevole, nella sua costruzione, tranne l’altezza dei pilastri da cui spuntano gli archi. […]. Avevo la curiosità di vedere i palazzi di Durazzo e Doria, ma per entrare erano più problemi di quanto volessi concedermi la visita”.


I Travels, che suscitarono profondo interesse ma anche attacchi pungenti e dure critiche verso il loro autore, furono pubblicati nel 1766 a Londra e, attraverso le lettere, il lettore viene trasportato nelle realtà francese e italiana del tempo, in un’atmosfera contemporanea all’interno di una più ampia narrativa che trattava di popoli e culture. L’approccio è completamente diverso da quello contemplativo ed estatico di altri autori del Grand Tour; nei Travels, infatti, non domina l’ammirazione serafica per la classicità latina o l’interesse per gli intrighi delle corti italiane. Accusato dal sentimentale Laurence Sterne, scrittore suo contemporaneo, di essere splenetic and jaundiced (splenetico e cinico), Smollet viaggia e racconta con occhio del chirurgo, qual è (iniziò la sua carriera medica a Glasgow), capace di ammirare la bellezza classica e, più spesso, impegnato a sottolineare, con preciso e lamentevole puntiglio, le seccature e i fastidi che il viaggio riserva in un paese così diverso. Sono innumerevoli le occasioni per criticare gli italiani e le loro abitudini: l’igiene, l’educazione, l’accoglienza nelle locande:

“All’ufficio postale di Lerici la sistemazione è intollerabile. A cena siamo stati quasi avvelenati. Il posto dove ho dormito era stretto e limitante, facevo fatica a respirare, e quindi ho passato tutta la notte in una stanza esterna steso su quattro sedie, con una valigia di cuoio a farmi da cuscino. Per questo alloggio scadente ho pagato quasi un loui’dore, e non è affatto scusabile per il proprietario che fa un sacco di affari essendo questa una grande arteria per i viaggiatori che vanno in Italia o che ritornano da lì”.

Perfino il valore delle opere d’arte, gli usi ed i costumi italiani: tutto viene osservato e setacciato dall’occhio attento e implacabile dell’arcigno viaggiatore che esamina, senza alcuna indulgenza, la grande differenza tra la moderna Inghilterra e un’Italia che gli appare in piena decadenza, culturale, morale e sociale.
“Non ho visto alcun ponte in Francia o in Italia, paragonabile a quello di Westminster né in bellezza, magnificenza, né in solidità; e quando il ponte dei Blackfriars sarà finito, sarà un monumento di architettura tale che tutto il mondo non potrà eguagliare. Per quanto riguarda il Tevere, rispetto al Tamigi, non è altro che un ruscello irrilevante, disgustoso, profondo e rapido”.

Per Smollett, «l’Italia è la patria dell’iperbole», come il suo racconto, intriso di disagio e, talvolta di pregiudizio, ma complice il suo temperamento umorale, ha anche parole gentili nei confronti degli italiani, e non si risparmia riguardo ai sudditi di Sua Maestà, indulgendo a compiaciute volgarità e impietose raffigurazioni degli aspetti ridicoli della vita. La sua propensione a rappresentare i comportamenti umani anche nelle loro manifestazioni più crude e sgradevoli, ne fa un protagonista non secondario di quel cammino progressivo verso il realismo che caratterizza lo sviluppo del romanzo settecentesco.

Ma in patria la sua penna tagliente non lo salva dalle polemiche né dalle critiche: lo stesso Sterne – che si inserisce con garbato spirito umoristico nella tradizione, apprezzata in quegli anni, delle narrazioni di viaggio col suo Sentimental Journey – lo descrive come Smelfungus, nel significato di «a hypercritical traveler», «un viaggiatore ipercritico».
Con i suoi lapidari giudizi e l’umore saturnino, Smollett mette in scena un sistematico rovesciamento del viaggio, scaraventando in primo piano quanto di norma viene nascosto. Ma non si tratta della volontà di smascherare quanto c’è di sordido in un paese per altri versi così decantato, o di aprire gli occhi sulle menzogne che s’accumulano nei libri di viaggio, quanto di sfoghi privati e di disagio profondo, lacerante, che si manifesta nell’incapacità di aderire, con una pur minima simpatia, al mondo circostante.
L’Italia dei bettolieri, dei cavallanti, dei vetturini, degli staffieri, dei postiglioni, dei corrieri, degli sguatteri, delle cameriere narrata da Smollett, è popolata di gaglioffi e di birbanti di tutte le risme; le stazioni di posta
sono stamberghe nelle quali s’acquatta l’alea del più perverso destino. Questo può incarnarsi nel gesto di furfanti che attaccano alla carrozza cavalli non domati, come accadde a Smollett a Buonconvento, con
conseguente ribaltamento della vettura, o nella perfidia di un’ostessa che propina uova marce agli avventori, come successe a Sterne nella posta di Radicofani, con prolungato subbuglio del ventre. Per questi personaggi il viaggio si prospetta come un’odissea del corpo, che ne esce sfinito, squassato e smembrato come in un rito sacrificale.
Alla luce di queste considerazioni, Smollett, nonostante il suo ipercritico punto di vista, mostra un’indipendenza di giudizio e una vivida schiettezza propria dell’illuminista sempre disposto ad indagare per mettere a nudo le incongruenze dell’essere umano. Da scrittore brandisce l’arma del giudizio
implacabile contro ciò che suscita il suo sdegno con la stessa decisione con cui, sulle navi inglesi, impugnava il bisturi agli inizi della carriera medica che precedette quella letteraria.


I Travels, inoltre, hanno esilaranti momenti di comicità che allentano il ritmo frenetico dell’intransigenza e mostrano la volontà di concedere il piacere della lettura, come la situazione che vede protagonista un nobile genovese, avarissimo, descritto in preda a irrefrenabili convulsioni di fronte all’enorme quantità di pesce – e quindi ai quattrini che dovrà spendere – offerta agli ospiti dal figlio.
L’atteggiamento aggressivamente insulare manifestato da Smollett prosegue per tutta l’opera anche se città come Pisa o Firenze sono ammirate per i loro palazzi e le chiese che sono a suo dire, monumenti al gusto, alla devozione e alla magnificenza dei ricchi. Dovunque, però, Smollett trova da ridire e nei Travels, come nel suo ultimo e avvincente romanzo, The Expedition of Humphry Clinker (1771), scritto in Italia, è più forte che mai il patriottismo rivolto alla Scozia, suo paese natale, l’unico luogo dove si può trovare
quell’atmosfera di pace pastorale e quel senso della vita spesa nel lavoro per la comunità e di un’esistenza utile e operosa in una campagna sorridente.
Nell’ottica settecentesca il Grand Tour trascende, in nome del proprio afflato cosmopolita, l’Italia, pur comprendendola come giardino di delizie dell’intera Europa, contrada felice, terra dell’arte, fine ultimo del viaggio. E se in parte il ricordo di un personaggio diventa un supporto per l’identità del luogo in cui è morto o nel quale è stato sepolto, per l’altro accredita la parola del visitatore che ne rievoca la memoria.
È il caso di Tobias Smollett che, per ironia della sorte, è sepolto a Livorno, città con una forte presenza britannica e nella quale aveva cercato sollievo. La sua tomba è l’occasione, per il viaggiatore che sosta nel cimitero inglese della città, di sentirsi parte non solo della vasta colonia anglosassone che fu di stanza nella Livorno granducale per un lungo periodo di tempo, ma anche di quella ben più vasta coorte cosmopolita che da oltre due secoli percorreva l’Italia nel nome delle antichità, dei paesaggi sublimi e dell’arte. Il richiamo esercitato dalla tomba di Smollett arricchisce la memoria della città che lo ospita e, come succedeva nel mondo antico, ne nobilita l’identità.

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