What I did, I did!

Il 13 maggio del 1859 nasceva Kate Marsden.

Era l’ottava e la più giovane figlia dell’avvocato londinese J.D. Marsden. Dopo la morte di suo padre, Kate studiò da infermiera al Tottehnam Hospital (più tardi ribattezzato The Prince of Wales General Hospital) nel quartiere di Edmonton. 

Nel 1877 venne mandata insieme ad altre colleghe in Bulgaria ad assistere i soldati russi, feriti durante gli scontri della guerra russo-turca. Terminate le ostilità tra i due imperi, la Marsden tornò in Inghilterra dove approfondì lo studio della tubercolosi e nel 1884 accompagnò la mamma in Nuova Zelanda, consigliata per il buon clima, per curare sua sorella Annie Jane, malata anche lei di TBC, e che morì pochi giorni dopo il loro arrivo. Ma Kate non tornò in Inghilterra; si stabilì a Nelson e nel 1885 divenne capo infermiera all’ospedale di Wellington, istituendo la sezione locale della St. John’s Ambulance Brigade, un’associazione di volontariato per l’insegnamento del primo soccorso, soprattutto verso i più poveri, compresa la popolazione locale dei Māori. 

Mentre prestava servizio a Nelson ebbe notizia della morte di Padre Damien, il famoso “sacerdote dei lebbrosi” di Molokai, che la spinse ad intraprendere quella che sarebbe stata la missione della sua vita: dare sollievo ai “lebbrosi di Cristo”.

«Conobbi per la prima volta le devastazioni della terribile malattia durante la guerra russo-turca. Da allora fu il soggetto principale dei miei studi, volevo alleviare le pene dei lebbrosi. Avevo visto e sentito parlare di malattie e sofferenze gravi tra i poveri del mio Paese e tra le vittime della guerra. Per loro, almeno, c’erano parecchi sforzi cristiani e filantropici. Ma chi si sarebbe occupato dei lebbrosi nelle regioni lontane e selvagge del mondo? Allontanati dai loro simili, evitati, disprezzati e condannati ad una morte vivente – sono queste le persone che dovrebbero diventare l’oggetto della mia missione» (On Sledge and Horseback).

Convinta della sua scelta, Kate si dedicò ai malati di Molokai, ma ben presto indirizzò il suo interesse ai lebbrosi dell’India britannica. È in questo periodo, il 1890, che Kate fu invitata a recarsi a San Pietroburgo per ricevere una medaglia dalla Croce Rossa Russa. La Russia, pensò, poteva essere un buon punto di partenza per uno studio approfondito sulla lebbra e da lì, avrebbe potuto attraversare il Medio Oriente ed arrivare in India, sua destinazione finale.

A Costantinopoli incontrò un medico inglese che le parlò delle proprietà terapeutiche di una pianta rinvenuta in Jacuzia, nella Siberia orientale, in grado di alleviare le sofferenze dei pazienti affetti da lebbra e, in alcuni casi, di curarli. Sulla base di questa informazione cambiò idea, e decise di partire per la Siberia. 

La presero per pazza: come poteva una donna intraprendere un viaggio di tale portata?

Il 1febbraio del 1891, Kate prese il treno per Zlatoust, una città situata negli Urali, a poche centinaia di miglia da Mosca. A quel tempo, la ferrovia transiberiana era ancora in fase di pianificazione e da qui in poi Kate avrebbe viaggiato in slitta. Era ben equipaggiata per il rigido clima siberiano, e noi lo sappiamo perché è lei stessa a dircelo: 

«Avevo una serie di indumenti che ho avuto modo di apprezzare con il passare dei mesi: una veste foderata di flanella, un cappotto maschile a piumino, con le maniche abbastanza lunghe da coprire interamente le mani, il collo di pelliccia abbastanza in alto da coprire la testa e il viso. Quindi una pelle di pecora che mi arrivava ai piedi, e dotata anche di un colletto indossato su quello di pelliccia. Poi, sopra la pelle di pecora, ho dovuto mettere una pelliccia di pelle di renna. Un lungo e spesso paio di calze, fatte di lunghi capelli, e sopra un paio di calze da caccia più spesse, usate dagli uomini e, ancora sopra, un paio di stivali russi di feltro, che arrivano fin sopra il ginocchio; e sopra gli stivali, un paio di valenkie di feltro marrone».

Inutile dire che, così bardata, la mobilità di Kate era fortemente limitata e aveva non poche difficoltà a salire sulla slitta sulla quale, inoltre, non fu facile viaggiare. Blocchi di neve ghiacciata, buche e solchi sul terreno, la sbattevano violentemente da una parte all’altra del mezzo, in continuazione. Divideva i disagi del viaggio con un’amica, Ada Field, che le faceva da interprete.

Ekaterinburg fu la loro prima tappa. Qui visitò l’ospedale locale e la prigione, cosa che avrebbe fatto in tutte le città dove sarebbe arrivata. Da Ekaterinburg si spostarono a Tjumen, – «una città vecchia, con strade lunghe e larghe e diverse chiese, generalmente dipinte di bianco, con cupole verdi, che danno loro un aspetto luminoso e fresco. L’ospedale, mi dispiace dirlo, è il peggiore che io abbia mai visto», – a Tobolsk e poi a Tukalinsk, nella Russia siberiana sudoccidentale. 

«Il nostro viaggio da Tukalinsk a Omsk è stato compiuto senza particolari contrattempi, ma con i soliti disagi. Con mio grande dispiacere, Miss Field è dovuta tornare a casa per problemi di salute. La prigione di Omsk era in ottime condizioni, così come l’ospedale militare». 

Le tappe si susseguono una dopo l’altra. E durante il percorso, Kate incontra esiliati politici con a seguito la famiglia, bambini malnutriti: per tutti ha cibo e tè come piccolo conforto. Raggiunge Tomsk, Krasnoyarsk, Irkutsk, dove arriva in condizioni pietose, riesce a malapena a camminare.

A giugno del 1891 è a Yakuts, sul fiume Lena, la città più fredda del mondo. Qui incontra il vescovo Meletie che le dice che non ci sono strutture disponibili per curare in maniera adeguata i lebbrosi, e le conferma l’esistenza dell’erba di cui Kate aveva sentito parlare, dandole alcuni campioni da riportare a Mosca. 

Non è abbastanza per l’indomita Kate. Pensa a come raggiungere Viliusk per vedere di persona la difficile situazione dei lebbrosi. Scopre che il posto può essere raggiunto solo a cavallo.

«Abbiamo iniziato il nostro lungo viaggio, 2000 miglia, a cavallo. La nostra cavalcata è stata curiosa. Consisteva di quindici uomini e trenta cavalli. Indossavo una giacca con maniche molto lunghe e avevo il distintivo della Croce Rossa sul braccio sinistro. Avevo una pistola, una frusta e una piccola borsa da viaggio, appesi alle spalle. Ho cavalcato come un uomo perché i cavalli di Yakutsk sono così selvaggi che era impossibile cavalcare in modo sicuro, lateralmente come fa una donna. Inoltre, l’assenza di strade, e la propensione degli animali ad inciampare sulle pietre e tra le radici degli alberi con gli zoccoli che affondano nel fango hanno reso il viaggio estremamente difficile». 

Una volta a Viliusk, con Padre John Vinokouroff si reca dai malati di lebbra. Non si trovano in città, ma nella steppa siberiana assembrati in iurte costruite rozzamente con tronchi d’albero e sterco di vacca mescolato alla terra. All’interno i lebbrosi mangiano, cucinano, dormono, vivono e muoiono. 

«Dodici uomini, donne e bambini, vestiti in modo scarno e sporco, erano rannicchiati insieme in due piccole iurte, coperti di parassiti. La puzza era terribile; un uomo stava morendo, altri due avevano perso uno le dita dei piedi e l’altro la metà dei piedi. Durante gli otto, nove mesi invernali, queste persone si rannicchiano insieme al bestiame nei loro terribili tuguri, per stare al caldo». 

Fece la promessa che avrebbe aiutato questa povera gente costruendo per loro un ospedale. E lo fece. Nel viaggio di ritorno, ad Irkutsk incontrò il Governatore della città che le donò mille sterline. Tornata a Mosca si dedicò alla raccolta dei fondi, organizzando un comitato e coinvolgendo l’aristocrazia russa e la Moscow Venerealogical & Dermatological Society che risposero entrambe positivamente. Rilasciò interviste per ampliare il suo pubblico e portò la sua missione all’attenzione delle Sorelle della Misericordia che si offrirono di dedicare la propria vita alle cure dei lebbrosi siberiani. 

Tornò a Londra: l’erba che aveva portato con sé non aveva le proprietà curative che aveva sperato, ma non si arrese. Scrisse un libro sul suo viaggio e sulla difficile situazione dei lebbrosi, On Sledge & Horseback to Outcast Siberian Lepers,pubblicato poi nel 1893. Fu eletta Fellowship della Royal Geographic Society, un risultato relativamente raro in quei tempi per una donna. Girò l’Inghilterra e gli Stati Uniti organizzando una serie di conferenze per sensibilizzare le persone alla causa dei lebbrosi. 

Ebbe molti sostenitori, tra cui la Regina che, nel 1906, la volle conoscere. Ma come sappiamo bene, le malelingue non tollerano tali successi e cercarono di “sporcare” la reputazione di Kate, mettendo in discussione la sua integrità. La accusarono di avere rapporti omosessuali con le donne alle quali chiedeva i fondi, di essersi inventata gran parte del suo viaggio, intrapreso – arrivarono a dire – per espiare la colpa di essere lesbica. Tra i suoi maggiori accusatori, il reverendo Alexander Francis di San Pietroburgo. Ci fu un’inchiesta in Russia, ma i diplomatici britannici e americani che l’avevano conosciuta, nell’agosto del 1894, scrissero una lettera al Times per dichiarare la sua innocenza.

Kate era piena di rabbia, voleva rispondere con la stessa moneta e denunciare per diffamazione sia i giornali che lo stesso Francis, ma lasciò perdere anche se avrebbe sicuramente vinto la causa: l’omosessualità femminile non era illegale nel 1895. Tuttavia, volle evitare quello che stava vivendo Oscar Wilde: lo scrittore irlandese aveva portato a processo per diffamazione il marchese di Queensberry, padre del suo amico Alfred Douglas, ma aveva perso la causa con le orribili conseguenze che conosciamo. 

Dopo la vicenda, Kate si ritirò in isolamento. L’odissea siberiana e lo stress mentale risultante da tutta la pubblicità avversa che dovette subire ne avevano minato la salute. Nel 1919 ricevette una lettera: un certo Henry de Windt che aveva viaggiato fino a Yakutsk le scriveva che aveva avuto modo di verificare che l’ospedale per lebbrosi era stato effettivamente costruito nel 1897, per un costo di 32.000 rubli. I pazienti erano ricoverati in 6 edifici separati; c’era la casa del medico con sei stanze, un laboratorio e una biblioteca. Il numero massimo di pazienti era stimato a 76 nel 1902, mentre nel 1917 il numero era sceso a 19. Potrebbe essere stata questa lettera a spingere Kate ad un nuovo entusiasmo e a scrivere un secondo libro intitolato My Mission in Siberia-a vindication, pubblicato nel 1921.

Se lo si legge, sembra così attuale e mi fa pensare a Silvia Romano, la nostra connazionale, cooperante in Africa.

«Quello che ho fatto – l’ho fatto, e nessuna calunnia al mondo può mai cambiarlo. Per quanto riguarda tutte le altre falsità che sono state inventate su di me, la vita è troppo breve e di importanza troppo seria per perdere tempo prestando attenzione a scandali e calunnie.

Kate morì dieci anni dopo, nel 1931, a Hillingdon nel Middlesex. Dopo la sua morte, la sua amica Miss Norris donò alla Royal Geographic Society l’orologio e il fischietto che Kate aveva usato in Siberia e un suo grande ritratto in abito elegante, firmato da lei e datato 1906, che fu collocato nella Ladies Smoking Room.

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