Sir Arthur Conan Doyle

Il 22 maggio del 1859 nasceva ad Edimburgo Arthur Conan Doyle, l’uomo che inventò Sherlock Holmes.

La stesura di Uno studio in rosso ebbe inizio l’8 marzo del 1886. Fu un lavoro furibondo se si pensa che Doyle terminò il «piccolo romanzo», di circa duecento pagine alla fine di aprile. La velocità di pubblicazione si rispecchiava nell’opera, nonostante l’intera storia pulsasse di eccitazione, interesse e humour. La pecca principale, come si legge in Conan Doyle di Andrew Lycett, era la drastica divisione in due parti della trama – l’indagine sull’omicidio a Londra e una saga storica ambientata nella comunità mormone dello Utah (uno scenario che ricordava Il dinamitardo, una raccolta di racconti scritti da Robert Louis Stevenson e dalla moglie Fanny appena l’anno prima, il 1885). Inoltre, vi erano anche alcune imperfezioni nel lavoro di investigazione di Holmes. 

A causa di queste “debolezze”, Uno studio in rosso non fu di facile pubblicazione, solo a settembre il romanzo trovò accoglienza presso Ward, Lock and Company, specializzata in narrativa sensazionale di timbro popolare. Si racconta che Jeannie Gwynne Bettany, moglie del caporedattore, lo abbia ripescato dalla pila dei manoscritti. A Doyle gli vennero offerte 25 sterline e gli venne chiesto di cedere i diritti d’autore. Accettò. Dopo un anno dalla pubblicazione (1887), l’opera ebbe un successo istantaneo. 

Fu durante una vacanza con il suo amico Bertram Fletcher Robinson, un geniale giornalista incontrato nel viaggio di ritorno dal Sudafrica, che Doyle immaginò una storia, quella che conosciamo col nome de Il Mastino dei Baskerville. I due amici alloggiarono al Rowe’s Duchy Hotel di Princetown, nel cuore dell’altopiano del Dartmoor, dal quale Doyle inviò alla madre un resoconto ottimista: «Io e Robinson stiamo esplorando il Moor riguardo al nostro libro su Sherlock Holmes… Holmes è al suo meglio, e questa è un’idea altamente drammatica, di cui sono debitore a Robinson. Oggi abbiamo camminato per più di venti chilometri nel Moor e ora siamo piacevolmente stanchi. È un gran bel posto, piuttosto triste e selvaggio, punteggiato da insediamenti preistorici, strani monoliti, rifugi e tombe. Nei tempi antichi vi era evidentemente una popolazione di molte migliaia di persone, mentre ora si può camminare per tutto il giorno senza incontrare anima viva».

Anche in questo romanzo, Holmes continua ad incarnare lo spirito della ragione scientifica, dichiarando che «un investigatore ha bisogno di fatti, e non di leggende o dicerie». L’idea del mastino deriva dal diffuso mito dei cani satanici, e la versione locale del Devon era stata riportata da Sabine Baring-Gould in A Book of the West due anni prima: «Esisteva in passato una leggenda sul Dartmoor, dove vi sarebbero svolte cacce notturne condotte da un uomo in nero, con dei cani neri mangiafuoco chiamati “mastini del desiderio”». 
Il Mastino dei Baskerville cominciò ad uscire a puntate, illustrato da Sidney Paget, sullo Strand Magazine, dall’agosto del 1901, ottenendo un enorme successo e proseguendo fino ad aprile, dopo che una tiratura di 25mila copie del libro era stata data alle stampe da Newnes. Seguì una rappresentazione teatrale, al Lyceum Theatre di Londra, il 9 settembre. I critici lo snobbarono, ma il pubblico si appassionò così tanto che prima della fine di novembre le repliche erano state già prorogate. 

Per molti anni Doyle ricevette lettere indirizzate a Sherlock Holmes. Non solo quelle di ammiratori e ammiratrici, ma anche di persone che chiedevano (ad Holmes) di occuparsi di questo o quel caso. E molti altri confondevano il creatore con la creatura: una volta Doyle ricevette, lui stesso, la lettera di una giovane il cui fidanzato danese era scomparso poco prima delle nozze. Temeva per la sua vita, non riusciva a spiegarsi la sua diserzione a meno che non gli fosse accaduto qualcosa di grave. Sempre cavaliere con le signore, Conan Doyle accettò il caso e lo risolse: non solo ritrovò il fuggitivo futuro sposo, ma in più mostrò alla giovane quanto poco quello straniero meritasse le sue ansie. La salvò da un matrimonio infelice. In seguito – come ci racconta Javier Marías in Vite Scritte – lo scrittore si occupò almeno di altri due casi, molto più complicati e drammatici, che riuscì sempre a risolvere, discolpando anche alcuni condannati che fece liberare dopo aver provato la loro innocenza. Questi suoi successi personali come investigatore portarono ad una valanga di offerte, molte delle quali rifiutate. 

Nel 1893 Holmes precipitò nelle cascate del Reichenbach. L’idea di uccidere il suo personaggio, aveva tentato Doyle già in precedenza, ma fu la madre dello scrittore – appassionata lettrice delle sue avventure e alla quale suo figlio inviava le bozze per placarne l’impazienza – ad aver salvato la vita al detective. Quando Conan Doyle le aveva annunciato per lettera l’intenzione di farla finita con lui, adducendo che la sua esistenza «lo distraeva da cose migliori», la donna lo rimproverò, rispondendogli per posta urgente: «Non farai una cosa simile! Non puoi! Non devi!». E Doyle ubbidì, rinviando la morte di Holmes. 

Durante la scomparsa del detective, i giovani londinesi andavano in giro con nastri neri sui cappelli in segno di lutto. E resta famoso il commento di una certa lady Blank, davanti ad un attonito Doyle, quando venne a sapere che il personaggio non era morto, ma solo scomparso tra le acque: «Mi si era spezzato il cuore con la morte di Holmes; mi piacevano tanto i libri che lui scriveva».

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