Il mistero (irrisolto) di Kaspar

La sera del 26 maggio del 1928, nella Unschlittplatz di Norimberga, comparve un giovane adolescente vestito di stracci, che a stento riusciva a camminare, e incapace di proferire parola. Più tardi, quando imparò a parlare, raccontò che per tutta la vita era rimasto chiuso dentro una cantina buia. Non sapeva che esistesse il mondo né altri esseri umani oltre all’uomo – che rimase sempre un’ombra per lui – che gli portava pane e acqua di notte mentre dormiva. Non aveva idea di che cosa fosse una casa, cosa fosse un albero, cosa fosse il parlare. Un giorno qualcuno lo aveva liberato e si era trovato all’improvviso in quella città tedesca senza sapere cosa fare né dove andare. Il ragazzo è Kaspar Hauser. Il mistero della sua comparsa e della sua uccisione appassionò tutta l’Europa – tanto che venne poi ricordato come il «fanciullo d’Europa» – perché quella che poteva essere una “classica” storia di rapimento, si tinse di tinte ancora più oscure quando si ipotizzò che il ragazzo poteva essere stato vittima di un intrigo dinastico all’interno del granducato di Baden del quale Kaspar sarebbe stato un giovane rampollo. 

Dal 1828 al 1830, Kaspar venne ospitato in casa dal professor Georg Friedrich Daumer, allievo di Schelling, che lo educò: «L’ambiente in cui Kaspar vive è accogliente, lindo, sereno. Qui è assistito da persone che sono sinceramente preoccupate di lui, liberandolo dalla prigione in cui dapprima le autorità Io avevano rinchiuso. Eppure, proprio quell’ambiente, quelle persone «buone» lo costringono alle violenze più severe, spingendolo a considerare come suoi i bisogni ed i desideri che invece sono propri della società, appiattendo la singolarità di Kaspar all’anonimato dell’«onesto cittadino». L’apparenza felice che lo circonda è un abisso di orrore, in cui Kaspar si dibatte senza saperlo e letteralmente lacerandosi in due parti. L’una, quella che gli viene dalla cultura, ce lo mostra lentamente integrarsi nel tessuto dei valori proposti: Kaspar che impara a star seduto a tavola, Kaspar che veste alla moda, Kaspar che accetta la bella conversazione. L’altra, quella che gli viene dalla natura, ce lo indica come un essere infelice, afferrato alla gola dal conformismo che lo strangola, incapace di comprendere fino in fondo le regole del gioco» (Fabrizio Mattevi, L’enigma di Kaspar Hauser. Una vicenda emblematica, p. 37). La tranquillità di Kaspar non durò a lungo: il 14 dicembre del 1833 nel parco di Ansbach venne ucciso da un assassino rimasto ignoto. Prima di morire Kaspar lo descriverà come un uomo anziano, vestito di nero, lo stesso, si ipotizzò, che lo aveva condotto fino a Norimberga. È sepolto nel cimitero della cittadina bavarese ed è possibile visitare la sua tomba seguendo un percorso segnalato. Sulla lapide: «Qui riposa Kaspar Hauser, enigma del suo tempo. Ignota la [sua] origine, misteriosa la [sua] morte – 1833». La storia di Kaspar Hauser – come ricorda Nicola Barilli ne Il mito di Kaspar Hauser (in «Contemporanea. Rivista di studi sulla letteratura e sulla comunicazione», Fabrizio Serra Editore, Pisa-Roma 2013) – ha avuto un fortissimo impatto sull’immaginario collettivo e rimanda ad altre storie in qualche modo simili, come quella di Victor, il ragazzo selvaggio comparso nei boschi del Dipartimento francese dell’Aveyron a cui il medico Jean Itard insegnò il linguaggio e i rudimenti della civiltà, e reso famoso da An Historical Account of the Discovery and Education of a Savage Man: Or, the First Developments, Physical and Moral, of the Young Savage Caught in the Woods Near Aveyron in the Year 1798 (traduzione inglese), opera dello stesso Itard (1801) e dal film L’enfant sauvage (1970) di François Truffaut. Oppure la storia di Peter, trovato nel 1726 nei boschi vicino a Hameln in Bassa Sassonia, durante una battuta di caccia, dal re inglese Giorgio e portato in Gran Bretagna nel 1726, come racconta l’illuminista e linguista scozzese James Burnett, Lord Monboddo (1773). Nel 1880 Verlaine gli dedicò il passo di una poesia, che recita così: «Sono nato troppo presto o troppo tardi?/Che cosa faccio in questo mondo?/O voi tutti, la mia pena è profonda:/pregate per il povero Kaspar». Molte opere hanno provato in vari modi a raccontare la storia di Kaspar Hauser, se ne contano più di 30mila tra libri, articoli e adattamenti cinematografici. Ricordiamo anche una graphic novel, intitolata Kaspar (2007), di Diane Obomsawin (classe 1959), una filmmaker canadese di origine indiano-americana. Ispirata in parte dalla storia della sua gente (le tribù indiane dei suoi antenati), quella di Obomsawin è una versione “scarna” della storia, con pochi particolari: la stanza chiusa della prigione, la sede della polizia, la scoperta della natura, gli alberi, la neve. Di una bellezza e crudeltà struggenti.

Per chi volesse approfondire: W. Herzog, L’enigma di K. Hauser, Feltrinelli, Milano 1979. Il libro contiene la sceneggiatura del film, una scheda bibliografica, una nota di commento ed una intervista con il regista.
Foto: Una sezione della copertina del romanzo grafico Kaspar Hauser – nell’occhio del ciclone, Immagine: Mario Wagner.

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